Roma, 17 lug – Il governo italiano ha rifiutato il visto d’ingresso a profughi tibetani dotati di regolare documento di identità. Una decisione che lascia esterrefatti soprattutto considerati i finti profughi che ogni giorno sbarcano sulle nostre coste che senza alcun documento vengono prontamente accolti e mantenuti nei centri di accoglienza in Italia “Stupore e sconcerto ha destato la notizia che il governo italiano nega il visto d’ingresso in Italia ai profughi tibetani in possesso del documento d’identità loro rilasciato dal governo indiano.” Così ha commentato la decisione del governo l’associazione Italia-Tibet.

“Il documento (Identity Certificate), riconosciuto come valido da tutti i paesi dell’area Schengen ad eccezione della Svezia e del Portogallo – spiega in una nota l’associazione – fino a poche settimane fa veniva accettato senza problemi dal nostro paese per il rilascio dei visti ai rifugiati tibetani. La Farnesina ha confermato che il documento non è riconosciuto dall’Italia. Con la Comunità Tibetana in Italia, le associazioni a sostegno del popolo tibetano e della sua cultura, i Centri di Buddhismo e i gruppi a difesa dei diritti umani, l’Associazione Italia-Tibet intende attivarsi per conoscere le ragioni di tale decisione e chiedere la revoca del provvedimento”.

Negare i visti ai tibetani per evitare di urtare la Cina? La domanda sorge ovviamente spontanea e temiamo che la risposta sia altrettanto scontata. E dire che il Dalai Lama, che a tutti gli effetti è un profugo tibetano in India, è stato accolto decine di volte in Italia con tutti gli onori del caso, con tanto di premiazioni e riconoscimenti da parte di istituzioni e prestigiose università italiane, in quanto guida spirituale di una consistente comunità buddhista discriminata dal governo di Pechino.

La svolta della Farnesina, che rifiuta così di accogliere un numero risibile e pacifico di persone dotate di regolari documenti, mai infatti i tibetani hanno creato problemi in Italia e negli altri Stati europei in cui sono stati ospitati, suona come un favore diplomatico alla Cina. Ed è una presa di posizione decisamente antinomica rispetto alle porte aperte in modo sinora indiscriminato che assicuriamo a migliaia di immigrati provenienti dall’Africa.

Eugenio Palazzini

 

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