Roma, 10 ago – La legislatura sta finendo e presto dovrà trovarsi un lavoro vero, eppure Laura Boldrini non molla il colpo, fino all’ultimo secondo continua a portare avanti le sue folli battaglie. Dal 4 settembre, infatti, su espressa indicazione della presidente, le dipendenti della Camera dovranno ritirare i nuovi tesserini con i nomi delle loro mansioni espressi al femminile: consigliera anziché consigliere, addetta anziché addetta, bibliotecaria anziché bibliotecario. “L’adozione di un linguaggio rispettoso delle differenze di genere in tutti gli atti e i documenti” di Montecitorio sarà quindi il testamento politico della Boldrini. Con surreali effetti boomerang, come il segretario parlamentare che si trasforma in “segretaria”, che però in italiano ha tutt’altro significato, dando luogo di fatto a una diminutio.

Alle prime avvisaglie, i sindacati interni della Camera avevano protestato, sottolineando che “il rispetto della parità di genere non può comportare l’imposizione della declinazione al femminile della professionalità, in presenza di una diversa volontà della lavoratrice”. E invece niente: a settembre arrivano i nuovi tesserini con linguaggio boldrinizzato. Chi vorrà lavorare, dovrà utilizzare quelli, altrimenti niente.

Commentando il “Piano di azioni positive” varato dal comitato Pari opportunità della Camera e sollecitato dalla Boldrini, il Giornale sottolinea: “Il documento è un coacervo di anglismi (sovente inutili) che sintetizzano tutta la stucchevole retorica sul rispetto della parità e della diversità di genere, evoluzione contemporanea del femminismo d’antan. Tra gli obiettivi che il progetto si propone vi è, tra l’ altro, ‘l’introduzione del diversity management’ e ‘l’applicazione dei principi del gender mainstreaming’. Se sulla declinazione al femminile prevale la lingua autoctona, su questi temi basilari ci si abbandona volentieri alla lingua di Albione”. Storpiare l’italiano e sostituirlo con l’inglese. E così il discorso anti-nazionale è completo.

Giuliano Lebelli

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