NEWS_76647Roma, 6 ago – Uscite di casa, comprate dei ceci. Crudi, non quelli in scatola già lessati. Spargeteli sul pavimento del salotto e mettetevici in ginocchio sopra. Durante l’operazione è consigliabile inserire nel lettore il dvd di “Mia madre”. Eh già, dobbiamo tutti espiare.

La nostra colpa? Snobbare il cinema italiano. L’accusa arriva da Nanni Moretti che, ospite al festival Molise Cinema e con la sua consueta modestia, se n’è uscito con un cazziatone alla nazione: «Alle volte il pubblico sa che escono certi film e decide di non andare a vederli. Non sempre il pubblico è innocente. Io vedo che c’è sempre una scusa per non andare a vedere un film italiano: quell’attrice mi è antipatica, quello quanto è nevrotico, non voglio soffrire al cinema, quel film è triste, il manifesto non mi piace». Pensavate di essere liberi di andare o non andare al cinema a vostro piacimento? Siete dei piccolo borghesi, sabotatori del cinema nazionale e sotto sotto anche un po’ di destra. Ovviamente qualsiasi artista in qualsiasi parte del mondo facesse un discorso simile verrebbe spernacchiato alla grande. Si potrebbe anche sommessamente far notare che se uno imposta la sua immagine pubblica sulle frequenze dell’antipatia e della nevrosi poi non può certo lamentarsi se il pubblico lo considera antipatico e nevrotico.

Ma il punto è un altro e cioè che sul cinema italiano odierno si può sostanzialmente replicare il pacato giudizio che Fantozzi diede della corazzata Potemkin: è una cagata pazzesca. Per quanto fatichi a capirlo la casta degli addetti ai lavori, totalmente autoreferenziale, viziata da fondi pubblici e aperitivi in terrazza, il pubblico finisce per averne piene le tasche del centesimo film sulle difficoltà di una coppia di mezza età, sui trentenni a disagio con gli impegni della maturità, su una mamma malata, un figlio precario, uno zio depresso, un nonno con l’artrosi. Non è un complotto del pubblico, è solo che anche lo spettatore più ben disposto finisce per non poterne più delle tribolazioni di Alba Rohrwacher o dei “magistrali” silenzi di Roberto Herlitzka (ma se ti chiami Mario Rossi alle accademie di cinema ti scartano a priori?). Alfred Hitchcock aveva una definizione per questo tipo di pellicole: “kitchen sink movies”, ovvero “film del lavello della cucina”. Secondo il grande regista, se una coppia alle prese con le stoviglie da lavare va al cinema e trova un film su una coppia che lava stoviglie, è molto probabile che abbandoni la sala dopo 5 minuti.

Una decina d’anni fa anche Carlo Verdone “sbroccò”, facendo l’esempio dei titoli insulsi delle pellicole italiane: “Nel mio amore, Le conseguenze dell’amore, L’amore ritrovato: è possibile far uscire contemporaneamente tre film con titoli tanto simili? Una talpa al bioparco: ma qualcuno si è posto il problema che il 70 per cento degli spettatori neppure sa cosa significhi bioparco?”. Il famoso storytelling, che sembra diventato fondamentale in politica, sul lavoro, nello sport, viene invece trascurato là dove servirebbe davvero: nel cinema. Raccontami una storia, non parlarmi degli scazzi con tuo marito o di quanto era cattivo Berlusconi. Una storia: qualcosa che giustifichi i miei sette euro e possibilmente anche la più consistente quota di fondi statali generosamente donati ai Kubrick de noantri.

Esistono, certo delle eccezioni: Sollima, Garrone, serie come Gomorra o Romanzo criminale, o ancora piccole chicche indipendenti girate con due lire ma basate su un’idea vincente, come Oltre il Guado di Lorenzo Bianchini. Il che dimostra che quando qualcuno si degna di proporre un film decente, il pubblico non è pigro e non complotta alle spalle degli autori, al cinema ci va. Ma non ditelo a Moretti.

Adriano Scianca

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