Visioni della crisi Spengler e HeideggerRoma, 25 giu – Due punti dai quali partire: la ciclicità della catastrofe attenua drasticamente la radicalità della stessa sino ad annullarla. Catastrofi cicliche, come quelle che avvengono nello ‘schema’ degli Yuga, o come la ekpyrosis stoica, cioè la conflagrazione cosmica destinata, alla fine del ‘grande anno’, a rigenerare l’universo, in realtà portano sì a un cambiamento, ma già previsto, già assoggettato a leggi fatali, ineludibili. Al contrario, la trasformazione radicale, insita nell’idea stessa di catastrofe, è imprevedibile, non inscritta in nessuna legge ciclica, mai governata dalla necessità, o, come la definivano gli stoici, dalla heimarmene cosmica. Invece l’idea della catastrofe non come mero annientamento ma appunto come trasformazione, come discontinuità radicale ma non distruzione che lascia dietro e avanti a sé nient’altro che rovine, emerge collegandola ad alcuni significati del greco strépho: innanzitutto girare, nel senso di girare la barra del timone, mutando rotta, e poi volgere lo sguardo, ruotando le pupille e dunque cambiando prospettiva e panorama.

Di conseguenza, la catastrofe può essere imprevedibile, non ‘legata’ ad alcuna necessità che in qualche modo la predetermini, e non deve necessariamente implicare una totale distruzione, ma può rimandare a una trasformazione, a un mutamento radicali; a un nuovo inizio, per intenderci. A me pare che il libro di Francesco Boco, Visioni della crisi. Spengler e Heidegger, uscito quest’anno per le Edizioni Avatar, si avvicini davvero moltissimo a questa idea non rassegnata, né depotenziata, di catastrofe. E per almeno due motivi. Innanzitutto, Boco riconosce con grande lucidità il ruolo fondamentale giocato dalla Zivilisation in Spengler. Lungi dall’essere uno sconsolato nostalgico dell’Occidente al tramonto, il pensatore tedesco ha colto alla perfezione l’importanza della civilizzazione, in cui si è ancora chiamati a decidere, e in questioni davvero vitali, come dimostra la ‘rivoluzione mondiale’ dei popoli di colore che premono contro il continente europeo, da lui vaticinata con impressionante preveggenza.

Allo stesso modo, Boco intravede con chiarezza il senso del rapporto in Heidegger tra destino e storicità dell’Essere come ‘spacco’, apertura, ‘evento’, e non fine già scritta in anticipo. Ha pertanto ragione il nostro direttore Adriano Scianca nella prefazione al testo di Boco, ad evocare un nome davvero imprescindibile, quello di Giorgio Locchi, e di richiamare, di quest’ultimo, la teoria aperta della storia. Insomma, in definitiva, Boco ci parla di una crisi senza resa, aperta a un possibile rovesciamento delle sorti, con profondità di analisi e senza ricorrere né a ideologismi quali che siano, né all’incapacitante linguaggio della nostalgia.

Giovanni Damiano

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