Taranto, 9 ott – È di ieri la notizia del “piano industriale” per il siderurgico di Taranto comunicato dalla nuova proprietà, il paperone indiano dell’acciaio Mittal. 4.000 “esuberi” (licenziati) e circa 10.000 licenziati e riassunti con il famoso “Job Act”, 20% in meno sulle paghe e perdita dell’anzianità, e quindi si riparte da zero con un contratto precario si, ma a “tutele crescenti”, quindi poiché per i neo assunti le tutele sono zero si è trasformato tutti in precari ma usando un anglicismo che fa molto chic, ci siamo americanizzati.

Taranto farà la fine di Piombino perché l’interesse del nuovo padrone è di usarlo per portare in Italia l’acciaio prodotto nei suoi impianti in India, così come per Piombino interessava portare l’acciaio prodotto in Algeria. Il “lavoro sporco” per preparargli la torta lo abbiamo fatto in Italia negli anni passati, chiudendo gli altoforni e azzereando la produzione, o meglio riducendola a volumi tali da rendere antieconomico tutto lo stabilimento siderurgico più grande d’europa, e quindi la “necessità” per il nuovo padrone di procedere come sopra. Insomma un classico: prima si manda in malora tutto e poi si interviene a risanare quello che era e sarebbe rimasto sano.

Come Casapound Italia ci siamo battuti affinché il comparto siderurgico italiano continuasse ad essere uno degli elementi trainanti della nostra economia, e ce ne erano tutte le ragioni.

– Lo stabilimento siderurgico di Taranto copre quasi il 50% del fabbisogno nazionale di acciaio e la sua chiusura causa la chiusura degli stabilimenti di Genova, Novi Ligure, Racconiggi e Patrica (FR). A questi si aggiungono i centri di servizio, sei in tutto: Paderno Dugnano (Milano), Usmate Velate (Milano), Legnaro (Padova), Verona, Torino, Marghera (Venezia). Una galassia che dipende da Taranto, l’unico stabilimento in grado di produrre l’acciaio a partire dall’impasto di ferro e carbonio. In sostanza collassa di colpo tutto il settore siderurgico italiano.

– Il settore siderurgico italiano, era il secondo in europa (dopo la Germania), occupa fra diretti e indotto 60.000 persone e fattura 40 miliardi di € l’anno. La sua dismissione causerebbe inoltre rilevanti danni economici a tutto il settore principale dell’economia italia, ancor vivo e trainante, la metalmeccanica. “Era”, finché non si è iniziato il suo smantellamento, avviato con una inchiesta giudiziaria sull’ipotesi di “disastro ambientale” dovuto all’emissione di sostanza nocive che avrebbero causato centinaia o migliaia di vittime, ipotesi talmente grave che siamo andati a leggere le carte giudiziarie per verificare coi numeri come stavano le cose. Ebbene, nel 2012 quando è cominciata l’operazione giudiziario/mediatica che oggi porta ai risultati che sappiamo lo stabilimento era in regola.

– Le emissioni di diossine passano da 800 grammi/anno per il 1994 (la gestione Finsider va dal 1965 al 1995) a 450 grammi/anno del 1999 (la gestione Ilva è dal 1995) che arrivano a 3,4 grammi/anno (52,4 grammi/anno in totale, dicono i periti giudiziari) a dicembre 2011. E questo si può ottenere solo con investimenti miliardari proprio sulla tecnologia delle emissioni, investimenti fatti da Ilva, non da Finsider.

– Le emissioni del benzopirene risultano a norma dal 2010 (campagna di misure Arpa Puglia). Manca completamente il dato storico.

La chiusura degli altoforni di Taranto non è stata “tecnica” come una folle inchiesta giudiziaria ha voluto far credere, è stata “Ideologica” come dimostrano proprio le carte giudiziarie laddove l’impianto era per le emissioni inquinati all’interno dei limiti BREF, cioè delle migliori prestazioni stabilite a livello europeo, le stesse della siderurgia tedesca o francese. A questo link potete verificare sui dati dell’inchiesta basata sulle carte giudiziarie, mentre a quest’altro avete una presentazione riassuntiva fatta a dicembre 2012

Sull’onda dell’inchiesta giudiziaria che chiudeva gli altoforni senza motivo (lo stabilimento era in regola per le emissioni di sostanza inquinanti, ma non erano autorizzate le “emissioni fuggitive”, quelle che si hanno quando si aprono i portelli, sarebbe come quando finita la seduta sul WC poi per aprire la porta del bagno dovete avere una apposita autorizzazione per le “emissioni fuggitive”) si è organizzata una campagna mediatica con l’intervento accorato di mezzibusti, esperti, giudici, ecologisti, sindacalisti, preti, mamme ansiose, sindaci, sottosegretari… a titolo “Ilva, la Madre Velenosa”. Si è raccontato che le maestranze sarebbero state impiegate nella “bonifica” del territorio, che i costi di questa bonifica li avrebbe pagati il nuovo padrone sotto l’occhiuto controllo del Governo, dei Sindacati, delle Onlus, della Società Civile… a ognuno la sua fetta, e lo slogan è stato: “Con Ilva o senza Ilva! Non difenderemo un lavoro che uccide!”.

Eccovi accontentati, siete diventati i “Paria” indiani. Indiani che fiutato il “Bisiniss” sono addirittura scesi in Puglia a far sposare le figlie con pacchiane sceneggiate con gli elefanti stile Bollywood, a mostrare l’opulenza, i miliardi del Maraja, con tutti i fresconi nostrani ad applaudire al nuovo corso economico della globalizzazione e l’internalizzazione: era chiarissimo che il Paperone Siderurgico Indiano veniva qui a fare del bene, a distribuire i suoi miliardi a chi fino a quel momento si doveva guadagnare la pagnotta lavorando. Ma che babbei! Ora dovranno andare a spiegare alle mogli che forse saranno ammessi a raccogliere le cacche degli elefanti.

Cosa si doveva fare di fronte al fatto che l’Ilva era in regola con le emissioni ma il territorio soffriva un inquinamento iniziato nel 1965 quando le leggi ambientali nemmeno esistevano?

Coprire i parchi minerali e risolvere il problema delle polveri una volta per tutte. Le tecnologie per il confinamento delle polveri esistono da anni e sono applicate ad esempio nelle centrali elettriche a carbone.

Bonificare il territorio con un programma finanziato dall’Italsider, vecchio proprietario, dall’Ilva, nuovo proprietario, e dallo Stato in quanto titolare del territorio stesso.

Ma il fine non era la ragionevolezza, la difesa dell’economia, del lavoro, o che. Era di chiudere la produzione della siderurgia italiana. Punto. E si è agito di conseguenza millantando il tutto da “disastro ambientale”, “padroni”, “lotta operaia” etc. etc.

Ora aspettiamoci dei reportage sulla nuova Cooperativa della Pesca delle Cozze (in Sardegna sulla Coltivazione del Mirto, vedi ALCOA) dove gli stessi mezzibusti andranno a magnificare il radioso futuro “alternativo” che si prospetta ai tarantini. Che già accorrono (di nuovo!) sotto le bandiere dei Sindacati, dei CUB, dei politici locali e nazionali, dei mezzibusti che magari li esporranno in TV come il Pupo dell’Aracoeli alla basilica di Santa Maria. Però, se loro alla fine sono contenti di andare in televisione a chiedere “pietas” rappresentandosi come Paria, e sotto le stesse bandiere che ce li hanno portati beh, affari loro. Noi ci abbiamo provato.

Luigi Di Stefano

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2 Commenti

  1. Un articolo pieno zeppo di errori (di forma e sostanza) ma che, giustamente, fa notare quanto questa vicenda faccia, a dir poco, schifo!

    AR
    Dipendente Ilva

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