“Inside Out”: perché continuiamo a sopravvalutare le emozioni?

Disney•Pixar's "Inside Out" takes us to the most extraordinary location yet - inside the mind of Riley. Like all of us, Riley is guided by her emotions - Anger (voiced by Lewis Black), Disgust (voiced by Mindy Kaling), Joy (voiced by Amy Poehler), Fear (voiced by Bill Hader) and Sadness (voiced by Phyllis Smith). The emotions live in Headquarters, the control center inside Riley's mind, where they help advise her through everyday life. Directed by Pete Docter and produced by Jonas Rivera, "Inside Out" is in theaters June 19, 2015.

Roma, 18 set – Che palle, le emozioni. C’è tutta una ideologia segretamente dominante attorno al culto delle emozioni, che Frank Furedi ha giustamente chiamato “il nuovo conformismo”. Ora, a dar manforte all’incessante discorso sulle emozioni che domina la scena mediatica, arriva il nuovo film della Pixar, Inside Out.

È la storia di Riley, una ragazzina di undici anni che in testa ha un vero e proprio quartier generale emotivo, governato da mini-personaggi rappresentanti gioia, rabbia, paura, disgusto e tristezza.

Narrativamente parlando l’idea sarebbe anche originale, se non rischiasse di replicare tutti gli stereotipi conformistici sui “misteri” della vita interiore, soprattutto in relazione alla più sopravvalutata delle età: l’adolescenza.

Gli antichi Romani si facevamo molti meno problemi: il bambino, verso il quale non si provava la minima empatia, andava formato come futuro cittadino e soldato. A un certo punto diventava tale e tanti saluti. Non c’era bisogno di una fascia d’età intermedia, peraltro sempre più ampia, in cui si è “giovani” – cosa che, all’epoca, rendeva peraltro “giovane” la società nella sua interezza, dato che i partecipanti attivi al destino della civitas avevano spesso un’età molto bassa.

I giovani li hanno inventati i moderni e insieme a loro tutta una retorica sull’emotività, che non è altro che un freudismo per le masse, psicologia da talk show. La nostra vita interiore – nell’adolescenza, ma sempre di più anche nell’infanzia e nell’età adulta – sarebbe quindi nebulosa, imperscrutabile, ricca di sconvolgimenti e dinamiche complesse.

Con queste boiate ogni quindicenne può sentirsi Woody Allen e alla fine avere un “complesso”, una “fobia”, dover superare un “trauma” crea dei problemi ma fa anche chic, perché si è più interessanti agli occhi degli altri.

Ma ormai siamo su un piano inclinato e non c’è giorno in cui i tg non si inventino una nuova sindrome. Tornate al lavoro dopo le vacanze e siete un po’ irritabili? Sindrome. Il vostro bambino non sembra esattamente entusiasta di tornare a scuola? Sindrome. Siete un attore hollywoodiano che può avere un sacco di donne e la cosa finisce un po’ per sfuggirvi di mano? Sindrome. Bambini vivaci? Sindrome. Prese in giro a scuola? Doppia sindrome, sia per la vittima che per il “bullo”. E così via.

Sfortunatamente, ciò che succede nel nostro cervello è spesso molto più banale. La vita interiore non è qualcosa che sia egualitaristicamente dispensata a tutti. Anzi, non è dispensata a nessuno. Semmai la si deve conquistare, ci si deve dare una profondità, si devono costruire giorno per giorno i propri abissi e le proprie vette interiori. Cosa che accade in verità assai raramente. Nietzsche diceva che prima di parlare di egoismo bisognerebbe assicurarsi di avere un ego. Appunto.

Finisce che ognuno erige un culto a se stesso, alla propria originalità, magari un po’ alla propria follia (“sono un po’ pazzo”, dicono tutti nelle presentazioni alla tv, e non è mai vero, sono schifosamente ordinari). La più banale delle vacanze fra amici diventa un’epica cantata per reclamizzare un cono gelato, i professori hanno il loro quarto d’ora di celebrità prescrivendo agli alunni di fare capriole durante le vacanze, tutti sono uguali e tutti celebrano la propria diversità.

E, del resto, cosa sono le emozioni? Non sono istinti. Quando gli etologi, da Konrad Lorenz in poi, parlarono degli istinti veri (aggressività, territorialità, gerarchia), il pensiero dominante accolse la cosa con molto meno entusiasmo, perché ne avvertiva la natura “eversiva” rispetto al misto di Bibbia, Rousseau e Freud con cui si spiegava la natura dell’uomo. Alla fine dissero che quegli etologi erano fascistoidi (che nel caso di Lorenz era pure vero, ma questa è un’altra storia).

Le emozioni non hanno a che fare con gli istinti, quindi, ma sono anche molto distanti dalla piena coscienza, dalla lucidità “apollinea”, quella che richiama alla responsabilità, al dovere, alle decisioni dolorose, alle scelte impopolari, quella a cui non basta affatto il consiglio risolutivo di ogni film di Hollywood, “segui il tuo cuore”, esortazione disastrosa in termini di civiltà.


E allora cosa sono, queste emozioni? Vita emotiva a portar via, di natura eminentemente consumistica (i “depressi” sono una nicchia sociologica da dare in pasto agli esperti di marketing, ormai). È una finzione di interiorità, particolarmente in fase con l’epoca contemporanea, dove gli istinti vitali sono negati e la lucidità si è persa da tempo, ma dove regna un’ipersensibilità esasperata, anche fra i sedicenti anticonformisti, che oppongono spesso al “sistema” obiezioni puramente emotive, superficiali, retoriche, che non sfiorano la sostanza dei problemi.

Nelle commedie sentimentali americane o nei film per ragazzi, il ruolo negativo è sempre affidato a colui che richiama al principio di realtà, mentre il protagonista positivo, pur inizialmente riluttante, finisce per fare cose stupide e “riscoprirsi bambino” o magari affidarsi alla “magia del Natale”, e così via, con frasi che non significano nulla ma invitano a una infantilizzazione perenne, mentre fuori il mondo è sempre più duro, sempre più barbarico, con sempre meno happy end.

Adriano Scianca

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2 Risponde a “Inside Out”: perché continuiamo a sopravvalutare le emozioni?

  1. Adriano 18 settembre 2015 a 12:41

    Un pippone mentale allucinante, una masturbazione filosofica fine a se stessa senza alcun aggancio al film, che dubito che sia stato guardato e nel caso sicuramente non è stato capito.
    Si critica il presunto atteggiamento attuale, che prevederebbe turbe o problematiche comportamentali per avere fascino, una maggiore integrazione sociale , quando lo stesso articolo ha lo stesso fine, dato che è una critica totalmente povera di un occhio cinematografico ed è solo una prosopopea di aria fritta.
    Ci sono tanti argomenti in cui si potrebbe tirar fuori questa dialettica pomposa e vuota, solo che non riceverebbero le stesse visualizzazioni eh?

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    • Francesco Meneguzzo 18 settembre 2015 a 18:29

      Pensa che invece a me è sembrato un articolo interessantissimo. Secondo me sei tu che non ci hai capito niente. Può essere, che dici?

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