Carta del lavoro fascismo terza viaRoma, 21 apr – La sera del 21 aprile 1927, alla presenza dei presidenti delle Confederazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori, si riunì il Gran Consiglio del Fascismo per deliberare l’entrata in vigore della Carta del Lavoro. La scelta della data, della quale ricorrono i novant’anni, non fu casuale, ma altamente simbolica: coincide, infatti, con il Natale di Roma, che Mussolini riteneva ”data immortale da cui ha inizio il lungo, faticoso, glorioso cammino dell’Italia“. Nonostante l’oblio nel quale è stata confinata nel dopoguerra, la Carta del Lavoro, che rappresenta uno dei momenti fondamentali del Regime, può essere paragonata, per l’importanza del ruolo che le era affidato, a documenti come la Dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino o il Manifesto del Partito Comunista. Non è dunque, un semplice documento legislativo di sistematizzazione tecnica e giuridica di norme giuslavoriste, ma l’enunciazione dei principi fondamentali del nuovo Stato, di un nuovo modo di intendere il suo assetto giuridico, alternativo al liberalismo come al socialismo. Le sue trenta dichiarazioni, suddivise in quattro capi, alternano disposizioni laconiche, tipiche dei testi legislativi, ad affermazioni di principi di carattere generale che hanno portata dirompente su ogni aspetto dell’ordinamento, tanto in relazione al singolo, che alle formazioni sociali. Anche per questo, una panoramica sulla Carta del Lavoro non può prescindere da un approccio che sia non soltanto scientifico, ma anche politico e filosofico.

Nazione, Stato, Lavoro, Lavoratore, Sindacato, sono le parole d’ordine intorno alle quali si costruisce il nuovo ordinamento e dalla cui sintesi scaturisce il nuovo sistema giuridico. In questa ottica, volgendo lo sguardo sui singoli articoli, si incontra subito la poderosa Dichiarazione I: “la Nazione italiana è un organismo avente fini, vita, mezzi di azione superiori per potenza e durata a quelli degli individui divisi o raggruppati che la compongono. E una unità morale, politica ed economica, che si realizza integralmente nello Stato fascista”. Affermazione che è ben più di una norma poiché rappresenta il superamento del classico principio di stampo liberale secondo il quale lo Stato è considerato un mezzo o un inerte organo regolatore. Corollario di questa nuova impostazione è la naturale subordinazione dell’economia alla politica che rende evidenti le differenze con gli attuali sistemi, nei quali, al contrario, è esaltata l’indipendenza formale fra le due, che consente la degenerazione in una supremazia incontrollata dell’economia sulla politica; con le conseguenze sulla società che sono sotto gli occhi di tutti. Non meno importante, poi, è il contenuto della Dichiarazione II: “il lavoro, sotto tutte le sue forme organizzative ed esecutive, intellettuali, tecniche, manuali è un dovere sociale. A questo titolo, e solo a questo titolo, è tutelato dallo Stato.” Evidentemente ispirato alla dottrina di Giuseppe Mazzini, anche questo articolo segna un rovesciamento radicale delle concezioni liberali e socialiste, che individuano nel lavoro un diritto. L’individuo è considerato come parte del sistema sociale attraverso l’assoluzione del suo dovere di lavorare che lo unisce alla collettività.

Queste enunciazioni potrebbero far pensare a un intervento statale pervasivo e asfissiante, ma questa impressione è subito smentita. La nona Dichiarazione, infatti, stabilisce che “l’intervento dello Stato nella produzione economica ha luogo soltanto quando manchi o sia insufficiente l’iniziativa privata o quando siano in gioco gli interessi politici dello Stato. Tale intervento può assumere la formula del controllo, dell’incoraggiamento e della gestione diretta”. E’ evidente il distacco da tutti gli altri sistemi socialisti progettati ed attuati. Da un lato, l’iniziativa privata nel campo della produzione è considerato il miglior strumento per realizzare il fine della prosperità economica nazionale. Dall’altro lato, l’azione dello Stato, che si adegua alle esigenze del caso concreto e si attiva soltanto fallisca o manchi l’iniziativa pubblica o siano in gioco interessi più delicati, evita degenerazioni o lacune. Nelle dinamiche economiche, poi, anche il lavoratore assume un ruolo fondamentale: non è un elemento passivo, ma attivo, come riconosce la Dichiarazione VII, comma 3, secondo la quale “dalla collaborazione delle forze produttive deriva fra esse reciprocità di diritti e di doveri. Il prestatore d’opera, tecnico, impiegato od operaio, è un collaboratore attivo dell’impresa economica, la direzione della quale spetta al datore di lavoro che ne ha la responsabilità”.  Anche la missione del sindacato, enunciata dalla Dichiarazione III presenta aspetti sicuramente innovativi. Il sindacato, infatti, rappresenta la categoria e gli interessi dei lavoratori e dei datori di lavoro anche di fronte allo Stato, e la libertà, riconosciuta in principio alle organizzazioni, sta a significare che lo Stato corporativo non crea ma riconosce l’organizzazione professionale.

L’organizzazione di classe è politica e nel contempo giuridica ed etica, e si condensa nel sindacato spontaneamente costituito dagli individui e che ha una propria volontà e personalità politica. Disposizione emblematica, se si pensa alla situazione nella quale versano le associazioni sindacali odierne. Si pensi, poi, al valore innovativo dell’introduzione dello strumento giuridico della contrattazione collettiva in un sistema che conosceva fino a quel momento solo un contratto di diritto privato, che i datori di lavoro potevano ignorare e che diveniva, invece, obbligatorio per tutti gli appartenenti ad una categoria, fossero o non fossero iscritti ai rispettivi sindacati. In questo sistema, quindi, tutti i soggetti cooperano nella visione corporativa dello Stato, nel dichiarato intento di creare una terza via tra capitalismo e marxismo per la risoluzione dei conflitti tra classi sociali: il corporativismo è sintesi, è un ordinamento nel quale l’individualità deve dare risalto all’organicità del popolo.
Sistema della previdenza sociale e magistratura del lavoro completano questo sistema, rendendo ancora più efficace il sistema delle tutele, soprattutto in favore dei soggetti più deboli.

Rimane da chiedersi, a questo punto, quale sia il messaggio e il significato della Carta del Lavoro a quasi un secolo di distanza. Concepita negli anni in cui il Fascismo plasmava un nuovo Stato intervenendo in ogni campo, da quello politico, a quello economico, passando per quello sociale e amministrativo per giungere a quello etico, non ha più alcuna efficacia giuridica. Allo stesso modo, non può neppure essere agitata come una reminiscenza o un monito nostalgico. Sicuramente, però, se ne possono ancora trarre insegnamenti fondamentali, che emergono dall’esame dei suoi contenuti. E se ne può immaginare anche una proiezione nel contesto attuale, nel quale le imprese a controllo statale sono praticamente scomparse, il capitalismo sfrenato ha dato luogo a privatizzazioni che non hanno fatto altro che indebolire le casse dello Stato italiano ed ingrassare le tasche dei grandi imprenditori e la società è sfilacciata in migliaia di centri di interesse, l’uno antagonista all’altro. La convinzione che sorge è che ora più che mai, proprio partendo da questo straordinario documento giuridico, è possibile ipotizzare una diversa soluzione delle problematiche sociali, privilegiando la sintesi degli interessi alla contrapposizione e, soprattutto, il bene della Nazione.

Associazione di Studi Giuridici Alfredo Rocco

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