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Uno dei giocatori immigrati del Koa Bosco brandisce una spranga contro gli avversari

Reggio Calabria, 10 apr – Non è la prima volta che succede ma a questo giro il Koa Bosco, squadra di calcio vibonese allestita dal parroco don Meduri della diocesi di Palmi e composta di soli immigrati delle tendopoli della piana di Goia Tauro, ha davvero passato il segno. Fosse ‘solo’ una rissa, qualche schiaffo e via, potremmo archiviare l’episodio a quotidiana normalità dei campionati inferiori. In occasione della sfida di ieri contro il Parghelia, recupero di una giornata non giocata per maltempo, non è stata la pioggia ad interrompere la partita.

Galeotta è stata l’espulsione di un giocatore della squadra di immigrati, la quale per tutta la partita non aveva peraltro lesinato un atteggiamento – stando a quanto riportano le cronache locali – aggressivo e provocatorio. Quando l’arbitro mostra il cartellino rosso si scatena il putiferio. Botte, spintoni, minacce: “Dal campo non esci vivo!” ha urlato un giocatore del Koa Bosco al presidente del Parghelia. Si arriva addirittura alle spranghe, quando uno dei calciatori riesce a divellere un palo della recinzione e si avvicina minacciosamente agli avversari. Arriva allora anzitempo il triplice fischio dell’arbitro, che non mette però fine alla rissa, che si concluderà con tre giocatori del Parghelia ricoverati in ospedale.

“Non si può passare sempre per razzisti. Non è certo il primo episodio di cui questa squadra si è resa protagonista, potremmo citare diversi episodi gravi”, si legge in un duro comunicato emesso dalla dirigenza del Parghelia, che punta il dito contro alcune ‘coperture’ di cui godrebbero gli immigrati: “Alla fine loro sono passati per le vittime e gli altri per razzisti. Non si può più tacere davanti a questi episodi“.

Durissimo anche l’allenatore del Koa Bosco, che dopo i fatti di ieri ha presentato le proprie dimissioni: “Prendo le distanze da questa squadra e da quanto accaduto. Difendo la mia persona e la mia credibilità – ha spiegato a Il Giornale – se non stanno bene in Italia, devono tornarsene nei loro Paesi“.

Nicola Mattei

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