Roma, 14 nov – Qualcuno ha già detto che “il calcio è lo specchio del Paese”? Sì, lo hanno fatto tutti in realtà, commentando la clamorosa mancata qualificazione dell’Italia ai Mondiali di Russia. La sociologia spicciola è una chiave di lettura facile, come quando, dopo la tragedia della Costa Concordia, vi si volle vedere l’Italia che affondava (Saviano, neanche a dirlo, fu il primo a proporre l’originalissima chiave di lettura). Va detto che alcuni paragoni si impongono a forza: è davvero difficile non vedere nella Nazionale del mediocre Ventura un riflesso degli inconsistenti Gentiloni e Mattarella. Una nazione che affoga nella pochezza, nella banalità, nell’ordinarietà, esattamente come fa la sua rappresentativa calcistica. Sui paragoni tra l’intrallazzone Tavecchio e la classe politica degli scandali, meglio tacere.

L’Italia di oggi non sa dare un futuro ai giovani, non sa pensare in grande, non sa uscire da un certo tono di approssimazione e dilettantismo, e questo è esattamente ciò che accade nel nostro sistema calcio. E, viceversa, non sarà un caso se quella volta che abbiamo vinto due mondiali di seguito, più un oro olimpico, la congiuntura storico-politica fosse pregna di spirito eroico e di etica del sacrificio. I paragoni hanno però il fiato corto se poi andiamo a vedere in casa delle nazionali che invece dominano: la Germania etnomasochista o la Spagna che ha appena rischiato l’implosione non sembrano società fiorenti e orgogliose, eppure hanno trovato il sistema per vincere e convincere negli stadi. Né la Francia dell’era Zidane o il Brasile di ogni epoca ci sembrano modelli sociali particolarmente accattivanti. Insomma, che ci sia una necessaria continuità tra ambito sociale e ambito sportivo è falso, che i due territori a volte possano contaminarsi, in bene o in male, è invece una realtà.

Certo è che i tanti bacchettoni sfigati che deplorano lo sfoggio di bandiere nazionali in occasioni degli eventi sportivi ora si ritroveranno senza neanche quell’esplosione, effimera ma genuina, di orgoglio nazionale. In una nazione che si vuole sempre male, che processa continuamente se stessa e la sua storia, che trova la bandiera pacchiana e l’inno nazionale “una marcetta” ci era rimasto almeno lo sport come mitologia istintiva, come passione popolare. Sono riusciti a distruggere anche tutto questo. L’apocalisse sportiva sarà se non altro l’occasione per vedere all’opera gli intelligentoni anti-calcio, quelli che il pallone è una “arma di distrazione di massa”, quelli secondo cui “gli italiani protestano per un rigore non dato ma non quando gli alzano l’età pensionabile”. Chissà che rivoluzioni, allora, nel prossimo giugno. Chissà quanta rabbia si riverserà nelle strade. Scommettiamo?

Adriano Scianca

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  1. Articolo interessante. Credo che la questione sia quanto vengano valorizzati giovani. In Italia, Paese ormai fallito, molto poco se non in prospettiva di una remunerativa carriera per Club. Ed è in questo la differenza tra i Paesi come la Germani e la Spagna. Il Brasile fa storia a se; bacino enorme, li “giuocano” a pallone anche le anziane di 90 anni. Tavecchio e Ventura, soprattutto il primo, sono l’emblema del vecchio ammanicato ai piani politici di democristiana storia. A casa.

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