southpawRoma, 7 set – “Ogni volta che ho perso il controllo mi son fatto male; Mi son sfondato le mani; Mi son fatto arrestare; Ho distrutto cose a cui tenevo; Ho detto cattiverie che non pensavo”.

È uscito nelle sale lo scorso weekend “Southpaw – L’ultima sfida”, film prodotto e diretto da Antoine Fuqua (Training Day, Shooter) con Jake Gyllenhaal, che tolti i ray-ban de Lo Sciacallo (Nightcrawler, 2014), ha messo su una cospicua massa muscolare ed infilato i guantoni per questa pellicola drammatica ambientato nel mondo del pugilato.

Billy Hope è un pugile dallo stile aggressivo e brutale, campione imbattuto dei pesi medi e all’apice del successo. Cresciuto nell’orfanotrofio dove ha conosciuto la bellissima moglie – Rachel McAdams (protagonista della seconda stagione di True Detective, ndr) – e dalla quale ha avuto la piccola Leyla, si ritroverà, in seguito ad un drammatico evento, a dover ricominciare da zero, cambiando stile di vita e di combattimento pur di riavere la figlia, con il solo aiuto del vecchio pugile Tick (Forest Whitaker).

C’è poco da fare, ed è probabilmente giusto così: qualsiasi pellicola ambientata sul ring non potrà mai esser vista con sguardo vergine e braccio fermo, bensì sempre e solo alla fioca luce capace di penetrare l’occhio nero del pugile/spettatore abituato ai capolavori del “cinema coi guantoni”. Se questa regola non scritta della boxe sul grande schermo è valida a prescindere, lo è ancor di più per il film di Fuqua, incapace di mandare k.o. il pubblico e costretto piuttosto a colpirlo sotto la cintura con i cliché tipici del genere: c’è lo spirito autolesionista alla Toro Scatenato, gli allenamenti dal sapore di rivincita alla Rocky ed il rapporto rude, ma fondamentale alla rinascita, con l’allenatore, proprio come in Million Dollar Baby – con un Forest Whitaker bravissimo comunque a rappresentare una via di mezzo tra il Clint Eastwood e il Morgan Freeman della pellicola vincitrice di quattro premi Oscar.

C’è inoltre da considerare che le aspettative, a quanto pare mal riposte, sulla pellicola erano piuttosto elevate, amplificate dalle notizie trapelate prima dell’uscita del film sullo script – affidato al Kurt Sutter di The Shield e Sons of Anarchy – che sembrava dover riportare sullo schermo le vicende di Eminem, in una sorta di sequel di 8 Mile. Fortunatamente la direzione presa successivamente è stata diversa, e di Eminem è rimasto solo un brano nella colonna sonora.

Ciononostante qualche ottimo “dritto” Fuqua riesce ad assestarlo: ottima la prova di tutti gli attori – compresa quella della giovanissima Oona Laurence – e buona la regia, soprattutto per le riprese in soggettiva sul ring. Il punto di forza della storia però, purtroppo non eccessivamente esplorato e messo in secondo piano dal più banale ma emotivamente “commerciabile” rapporto padre/figlia, è la ricerca del protagonista della “forza tranquilla”. Della volontà cioè non di allontanarsi dal combattimento, piegando la schiena di fronte alle ostilità della vita, e neppure di arrendersi ad una rabbia cieca, capace soltanto di danneggiare se stessi; della spinta quindi ad affrontare il nemico con equilibrio e pazienza, consci dell’importanza di vincere nel tempo più che nello spazio. Come cantava “qualcuno”: “Voglio scavare un fosso fra me e la mia rabbia; Voglio la fronte serena anche nella minaccia; Voglio puntare alla gola e mantenere la distanza; Voglio il tempo prezioso di un passo di danza; Voglio la schiena diritta e la posa aggraziata; Voglio la mano sicura e la lama affilata; Voglio che la mia calma sia di gioia e speranza; e che la mia fierezza non sembri arroganza”.

Qualche nota positiva, insomma, tra le tante stonate o già sentite. Le due ore insomma scorrono tranquille, senza troppi grattacapi e solo qualche piccala caduta al tappeto. In ogni caso: sempre meglio che ascoltare Eminem.

Davide Trovato

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