roma-vetrine_650x435Roma, 4 mag – L’ultima manifestazione dei “No Expo” (che poi sono i soliti “No Tav”, “No Salvini”, i centri sociali e i professionisti dell’antifascismo militante) ha lasciato stupefatte molte anime belle. Ci si è cominciato a chiedere il perché di una violenza che a molti è parsa del tutto immotivata, anche dando per buone le ragioni del corteo stesso. Insomma: perché i centri sociali sfasciano (sempre) tutto? Ci sono varie ragioni. Eccone alcune.

1) Innanzitutto c’è un’attitudine diciamo “etico-estetica” verso il nichilismo, che ha in odio qualsiasi tipo di ordine. Esiste una pulsione libidica non tanto verso il “riot”, cioè verso i tafferugli, che è in fondo naturale, ma proprio verso il degrado, verso il caos, verso il vetro rotto e il muro sporco. Da qui l’accanirsi soprattutto nei confronti degli oggetti inanimati, mentre nei confronti dello scontro vero e proprio contro le forze dell’ordine o contro avversari politici resta sospeso un atteggiamento contraddittorio, aggressivo e vittimistico allo stesso tempo, maoista all’attacco e gandhiano in difesa.

2) La perdita del controllo: del corteo verso alcuni suoi spezzoni, ma anche del singolo rispetto a se stesso. Gli scontri sono quasi sempre programmati in anticipo, ma non va sottovalutata la loro degenerazione sistematica ben oltre ogni possibile calcolo utilitario e ogni intenzione preliminare. Prendiamo due esemplari di militanti “bellicosi” immortalati dalle telecamere a Milano: il ragazzotto che voleva “fare bordello” e la ragazza arrestata che annunciava sconnessamente di voler fare “sesso selvaggio” con i poliziotti. In entrambi i casi è lecito ipotizzare una condizione di estraniamento dalla realtà. Ovviamente dire che “spaccano le vetrine perché sono tutti drogati” sarebbe un luogo comune. Ma è un elemento comunque oggettivamente presente. A questo si aggiunga l’assenza di un servizio d’ordine e di una disciplina interna, “metafisicamente” rifiutata in un ambiente in cui ogni limitazione all’ego appare ormai oppressiva e intollerabile.

3) Spaccare vetrine genera comunque visibilità. Con fumogeni, tensione e violenza “si porta a casa il risultato” e si dà un senso alla giornata. Il corteo di Milano sarebbe stato raccontato con pochi trafiletti senza il caos generato dalle frange violente. È il solito vecchio “bene o male, purché se ne parli”, con in più la degenerazione narcisistica dell’apparire da parte dei singoli militanti che poi vanno a ricercare le immagini delle loro gesta su internet per millantare una sorta di “street cred”.

4) Si dirà: ma la visibilità negativa non nuoce alla causa che si vorrebbe portare avanti? Al netto dell’incapacità di saper controllare gli impulsi violenti scientemente scatenati, c’è anche un ragionamento più freddo da fare: i centri sociali sguazzano nella cialtroneria giornalistica, che utilizza categorie generiche senza individuare mai responsabilità precise. I manifestanti utilizzano mille sigle differenti, spesso presunti coordinamenti “di scopo” al fine di mimetizzarsi. Ma questo poco importa, dato che comunque i giornalisti parlano ancora di “black bloc”. Quando si compie un’azione che suscita la riprovazione generale sono queste fantomatiche “tute nere” ad accollarsi tutta il discredito, gente sbucata dal nulla, forse infiltrati, magari fascisti. Una analisi anche superficiale, una banale scorsa ai siti della sinistra radicale, potrebbero permettere di individuare responsabilità politiche precise, chiamare i singoli movimenti per nome e cognome, vedere chi ha fatto cosa. E invece i gruppi dell’estrema sinistra restano del tutto sconosciuti al lettore medio dei giornali, che si limita a biasimare genericamente “i black bloc”. Molto comodo, per loro.

5) Esiste, infine, una certa sensazione di copertura quanto meno politica. Non vogliamo qui sminuire l’entità della repressione poliziesca e giudiziaria subita da alcuni centri sociali, ma è un fatto che l’intero circuito nazionale dell’estrema sinistra organizzata gode di una rete molto ampia di collusioni: dalle amministrazioni locali che regalano loro sedi e pagano le utenze fino alle amicizie nei media. A Napoli e Milano, per dire, i “black bloc” hanno espresso il sindaco. Questo non significa, ovviamente, che a loro sia di conseguenza garantita un’impunità totale, ma certo la sensazione di un margine di manovra altrove impensabile deve essere forte. Anche se la loro stupidità, spesso, contribuisce a bruciare tutti i bonus.

Roberto Derta

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  1. “antifascisti” un par de palle. impedire agli avversari di parlare, esprimere le proprie idee politiche, fare ronde e picchiare gli altri non è antifascismo ma fascismo. Dopo tutto anche Hitler se la prese con gli ebrei-banchieri… Il nome “antifascisti” viene usato quasi come scusante: picchiano ragazzini che stanno negli stand dei partiti della destra, ragazzini che non sono fascisti, però si giustificano dietro il nome “antifascisti”. Perché una macchina parcheggiata è fascista e bisogna darle fuoco? perché dare fuoco a piccole banche (che sono più che altro depositi per i risparmi e per chi ha una partita iva ed è obbligato ad avere un conto per pagare le tasse), visto che i grandi soldi sono gestiti dalle grandi banche (e non parlo di dimensioni dell’edificio)?

  2. ma non ha più importanza se la pubblicità è negativa, i principali partiti italiani sono corrotti e pieni di indagati per reati che vanno dall’appropriazione di denaro pubblico a i legami con la mafia, ma non per questo la gente smette di votarli.

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