A chi giova l’Expo 2015? Certo non ai milanesi

expo2015Roma, 30 mag – Grazie all’intervento dei coraggiosi guerrieri antagonisti che hanno sfasciato Milano – ad esempio il prode che, ripreso a bastonare un poliziotto, quando l’hanno individuato si è profuso in scuse e ha dichiarato di aver “agito d’impulso” – è divenuto praticamente impossibile criticare pubblicamente l’Expo. Bisogna dire che sì, ha qualche difettuccio, ma dopo tutto va sostenuto e fa del bene all’Italia. Altrimenti, si viene accusati d’essere pari ai geni de sinistra di cui sopra. Eppure una domanda è lecita: a chi giova, Expo?

Con l’adeguata cautela, nei giorni scorsi, persino Letizia Moratti ha dichiarato che a Milano non c’è un “fuori Expo” adeguato, che la città ne risente. Del resto, basta chiedere in giro: l’esposizione sul cibo si è mangiata non solo i turisti, ma pure i normali avventori dei ristoranti. I quali, se hanno due soldi in tasca da spendere, preferiscono riempirsi la pancia in qualche stravagante padiglione piuttosto che in un normale esercizio milanese. E’ comprensibile. Il turista ha una permanenza media di pochi giorni, circa tre. Spesso, per risparmiare, si è comprato un pacchetto completo, alloggia in un albergo in periferia e viene trasportato avanti e indietro da apposito torpedone. Insomma non ha tempo per aggirarsi fra i locali. Quanto all’indigeno milanese, perché dovrebbe perdersi il luna park?

Dunque: a chi giova, Expo, se la città ospitante non ne beneficia come dovrebbe, anzi per certi versi ne è danneggiata? Sicuramente a Eataly, che ha ottenuto senza gara d’appalto uno spazio enorme, da cui pare possa trarre qualcosa come il 95% dei guadagni. E allora suonano un po’ ridicole le intemerate di personaggi come Carlin Petrini di Slow Food contro l’esposizione universale, visto che costui è sodale di Eataly e di Farinetti.  Il circo etico ed etnico del “cibo lento” è perfettamente in linea – almeno dal punto di vista culturale – con Expo. Dove si millanta di dare visibilità al “locale”, al “tradizionale” ma in realtà si trasforma il “tradizionale” in una curiosità, in una “extravaganza” buona per attirare consumatori all’interno dell’ennesimo ipermercato.

Inoltre, a beneficiare di Expo sono senz’altro multinazionali e sostenitori dei prodotti geneticamente modificati. Cose che, almeno in teoria, ben poco hanno a che fare con il cibo “locale” e “tradizionale”, con la difesa dei patrimoni e delle specificità delle nazioni.
Dunque, a chi giova Expo? Al Paese che lo ospita giova ben poco. E allora vien davvero voglia di organizzare un bel “fuori Expo” a Milano: un piatto di pasta (italiana) nella cucina di casa propria.

Francesco Borgonovo


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