A Roma mancava proprio una “Casa della memoria antifascista”…

verbanoRoma, 23 feb – Il mito della “memoria condivisa” non ha mai convinto fino in fondo, anche perché posticcio, ipocrita, calato dall’alto, senza un vero confronto e un percorso autentico di riflessione e superamento. Peggio della memoria condivisa, tuttavia, c’è il riproporre la memoria conflittuale, soffiando sul fuoco fuori tempo massimo e facendolo per di più da posizioni di potere.

È quanto accaduto a Roma, dove il sindaco Ignazio Marino, insieme al vicepresidente della Regione Lazio Massimiliano Smeriglio, ha deposto ieri mattina in via Monte Bianco una corona in ricordo di Valerio Verbano, il giovane ucciso il 22 febbraio del 1980 nella sua casa a Monte Sacro. Un omicidio, quello del giovane estremista, che fece molto rumore ma su cui non è mai stata fatta luce riguardo al movente e ai responsabili.

Durante la cerimonia amici e parenti di Valerio hanno intonato “Bella Ciao”, e con loro anche il primo cittadino. “Sono passati molti anni ma ricordo bene il senso di orrore e sgomento che l’omicidio efferato di Valerio determinò nella nostra città – ha commentato Marino – Io ero un giovane medico e ricordo quanto quegli anni fossero caratterizzati da molta violenza. Per questo pensiamo insieme alla Regione Lazio e ad esponenti del centrodestra di dedicare un giorno alla memoria per ricordare la spirale di violenza che si registrò durante gli Anni di Piombo. Una violenza a volte incomprensibile come quella che caratterizzò l’omicidio di Valerio. Sono orgoglioso di partecipare all’iniziativa di Smeriglio che porterà alla nascita della Casa del Ricordo affinché quella violenza venga ricordata e non si ripeta mai più”.


Una Casa del Ricordo? L’iniziativa appare poco più che retorica, ma soprattutto: casa di chi? E per ricordare cosa? Smeriglio stesso ha chiarito bene i contorni del progetto: “Stiamo lavorando per mettere la casa di Valerio e Carla Verbano a disposizione del territorio e degli antifascisti per la costruzione di un centro di documentazione, un luogo della memoria per la città di Roma”.

Ecco, appunto. Sostanzialmente Comune e Regione si stanno impegnando non per ricordare un ragazzo ucciso in circostanze tragiche, insieme a molti altri della sua generazione di ambo gli schieramenti, ma per istituire un sacrario dell’odio, un luogo dove, con copertura istituzionale, si celebri la memoria di una parte contro un’altra parte.

Quale altro senso potrà mai avere, infatti, una Casa della memoria antifascista in un quartiere di Roma in cui l’estremismo antifascista fa già il bello e il cattivo tempo e i confini tra sinistra istituzionale e radicale sono quanto mai irrintracciabili? È ovvio che qualcuno, per una manciata di voti in più a sinistra, sta soffiando di nuovo sul fuoco.

L’unica consolazione è che, anche alla luce delle ripetute affermazioni sull’“assicurare un futuro” alla Palestra popolare Verbano, finalmente nella capitale i legami tra il mondo sedicente antagonista e il potere cittadino sono conclamati e alla luce del sole.

Giuliano Lebelli

 

 

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