forneroRoma, 23 Feb – E cosi, dopo aver assistito all’uccisione di “madre” e “padre” sostituiti da più politically correct “genitore 1” e “genitore 2”, da qualche giorno, in alcuni asili e in alcune scuole primarie d’Italia, si stanno distribuendo libri di fiabe gay. Sì, fiabe che raccontano di due mamme, due papà, famiglie allargate con una mamma e tre papà per finire con la storia di due pinguini maschi che covano un uovo.

Per capire perché si sia arrivati a tutto questo bisogna fare un passo indietro. Era il 20 novembre del 2012 quando l’allora ministro del Lavoro, Elsa Fornero, con delega alle Pari opportunità, organizzò (piuttosto segretamente) una riunione in cui convocava formalmente le sigle Lgbt (acronimo per gay, lesbiche, bisessuali e transessuali, raggruppabili sotto il termine Gender). In pochi si preoccuparono di approfondire contenuti e programmi sottesi a quell’incontro e il significato della istituzione del Gruppo Nazionale di Lavoro Lgbt. I risultati di quelle consultazioni sono ora rintracciabili nel documento pubblicato dall’Unar (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali) con il titolo: “Strategia nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere”. Si tratta di un progetto che interesserà il biennio 2013/2015.

Gli obiettivi e le “misure” sono rivolti principalmente a quattro ambiti: educazione e istruzione, lavoro, sicurezza e carceri e infine comunicazione e media. Sono previsti dei programmi per ciascun ambito volti a incrementare la “conoscenza delle nuove realtà familiari, superare il pregiudizio legato all’orientamento affettivo dei genitori” per evitare discriminazioni. Si leggono anche programmi di sensibilizzazione, valorizzazione e tutela delle suddette categorie nell’ambito lavorativo e carcerario come ad esempio l’istituzione di sportelli di orientamento e consulenza per Lgbt e il loro inserimento lavorativo. Infine, l’obbligo da parte dei media ad evitare “stereotipi che alimentano l’odio” e l’utilizzo di un linguaggio che sia accogliente nei confronti delle nuove categorizzazioni.

La ministra del governo “tecnico”, quello che avrebbe dovuto occuparsi di risolvere i gravi e pressanti problemi economico-previdenziali del mondo del lavoro, si è invece premurata di omaggiare la proposta della lobby “gender” internazionale per il superamento della visione antropologica uomo-donna a beneficio dell’introduzione di nuove categorizzazioni che suddividono le persone non più in base al loro genere sessuale (maschio o femmina), ma in base alle loro preferenze sessuali, appunto Lgbt, proposta che, tra l’altro,  dovrebbe diventare legge senza un confronto con l’opinione pubblica. Tutto questo nascondendosi dietro la volontà di prevenzione e contrasto delle discriminazioni.

La finalità, esplicitamente citata, è “dare un forte impulso a quel processo di cambiamento culturale così fortemente auspicato”. Il cambiamento prevede che venga sanzionato chi non aderisce alla nuova categorizzazione. Dunque, se una persona crede ancora che il fondamento dei diritti umani sia l’esistenza di uomini e donne di pari dignità ma differenti, e ragionevolmente si rifiuta di aderire alla neocategorizzazione Lgbt può essere accusata di odio, razzismo, omofobia, transfobia. Nemmeno a dirlo, ancora reati d’opinione. Siamo in balia di rivendicazioni femministe e marxiste che, in un certo senso, svendono la differenza dei sessi come disuguaglianza da abbattere e la relazione tra uomo e donna come lotta di classe. Tutto ciò a scapito della dicotomia uomo-donna: individui differenti ma complementari da cui scaturiscono altri individui.

E qui si pone un altro quesito: i figli di questi “soggetti genitoriali”, uscendo da questo mix gender, che identità personale, sociale e giuridica avranno?

Madre e Padre hanno un ruolo chiaro all’interno della famiglia: essi sono necessari per sviluppare la relazione e il rapporto, che rappresentano due cose diverse. La relazione nasce tra diversi, il rapporto nasce tra simili. La madre insegna la relazione al figlio maschio mentre il padre insegna la relazione alla figlia femmina. Allo stesso modo, il bambino maschio con il padre avrà un rapporto di identificazione, ugualmente la figlia femmina si identificherà con la madre. L’identificazione è quel processo che porta una bambina a dire che “essere femmina significa essere come la mamma” ciò a dire, avere un punto di riferimento. Avere due madri oppure due padri, non solo è disorientante ma crea dei danni irreparabili rispetto alla formazione della personalità.

Insomma il documento Strategia nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere, pone diverse questioni antropologicamente fondanti senza che ci sia stata una consultazione con l’opinione pubblica. Il mondo Gender sembra voler pretendere di essere l’unico interlocutore e pilota esperto di una strategia che mira “per legge” alla modifica dell’approccio scolastico, massmediatico, lavorativo e, in generale, culturale del concetto di genere Uomo e Donna a favore dei generi Lgbt.

Non siamo forse dinnanzi ad una dittatura Gender?

Marta Stentella* 

*psicologa clinica e forense 

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