Torino, 15 apr – “Una ringhiera vi ha messo in ginocchio, avete calpestato bambini e donne per un petardo, ve ne accorgete solo quando vi tocca la pelle. C’è chi si alza senza la propria famiglia, sotto le macerie di una casa distrutta, senza acqua ne cibo, contro le più grandi forze mondiali”. Sohaib Bouimadaghen, uno dei presunti componenti della gang immigrata all’origine dei fatti di piazza San Carlo (la ressa avvenuta durante la finale di Champions League a causa dello spray al peperoncino diffuso dal gruppetto), così commentava su Facebook il risultato delle proprie gesta criminali, il giorno dopo aver seminato il panico che avrebbe causato un morto e decine di feriti.

Quello che colpisce, in queste dichiarazioni, è la similitudine di argomenti con la retorica dei terroristi: ragazzi come Sohaib, anch’essi provenienti dal mondo delle gang criminali immigrate, che poi, nel contesto francese o belga, fanno il gran salto verso il jihadismo. Sohaib no, era rimasto al livello dei piccoli furtarelli e della logica di branco, alla fame di soldi facili per appagare bisogni voluttuari. Ma il modo di ragionare è singolarmente simile: c’è, innanzitutto, una netta contrapposizione tra “noi” e “loro”, con buona pace della retorica dei nuovi italiani e dell’integrazione. La gang straniera non si sente parte della società che la circonda ma, al contrario, sviluppa nei suoi confronti un’attitudine rancorosa e predatoria. C’è poi questo vittimismo che mette al confronto la vita comoda degli italiani con i drammi di altre popolazioni che si svegliano la mattina “sotto le macerie di una casa distrutta”. Sohaib è marocchino, non ci risulta che attualmente in Marocco siano in corso dei bombardamenti. Il riferimento non è chiaro, ma non ci stupiremmo se c’entrasse qualcosa la Siria, esattamente com’è tipico nella retorica dei terroristi, che alle loro vittime (a Parigi, a Bruxelles etc) non fanno altro che ripetere il medesimo paragone: “Ciò che state provando voi oggi, i nostri fratelli in Siria e Iraq lo provano tutti i giorni sotto i bombardamenti dei droni”.

Nella diversità dei contesti, dei moventi, delle azioni, delle conseguenze, la narrazione che si fa largo è la medesima. C’è all’opera lo stesso rifiuto della società in cui ci si trova a vivere, peraltro senza ipotizzare minimamente di lasciarla al duo destino per andare ad abitare altrove, c’è lo stesso vittimismo che sgrava le coscienze, c’è la stessa colpevolizzazione di tutto un popolo (il nostro), c’è la volontà di pensarsi come milizia in terra straniera. Quello che manca, in Italia, è la presenza di qualche “cattivo maestro” che catalizzi questo nichilismo e questa frustrazione e dia loro una forma, inserendole in un discorso ideologico e religioso articolato, affinché i vari Sohaib compiano lo stesso percorso di Salah Abdeslam e compagnia: da pusher a tagliagole, da criminali di piazza San Carlo a combattenti.

Adriano Scianca

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  1. Confermo ciò che ho già scritto a commento di un precedente articolo. Anzi rincaro la dose: gli immigrati dal Nord Africa e dall’Africa in generale specie se islamici, non sono assimilabili alla nostra Nazione alla nostra Civiltà. Pensiamo ad esempio ai nigeriani che pur nella maggioranza non sono musulmani, la loro malavita è estremamente crudele sia verso i loro connazionali che verso le loro vittime.
    Altro che “ius soli”, la nostra legge è già troppo “molle” altro che cittadinanza a richiesta al raggiungimento della maggiore età. Finché queste etnie si autoescludono si chiudono su se stesse rifiutando le nostre regole i nostri principi, non devono avere il privilegio di chiamarsi italiani ne di avere cittadinanza ne gli stessi diritti degli italiani. Espulsione immediata e sequestro dei beni, pochi o tanti che siano, dei colpevoli e delle loro famiglie. Perché da noi il diritto e la legge sono ancora la base della convivenza civile.

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