aldrovandiRoma, 27 gen – Ore 6.04 del 25 settembre 2005: una pattuglia di polizia richiede alla centrale l’invio di un’ambulanza del 118 nei pressi di Viale Ippodromo a Ferrara. Pochi minuti dopo l’ambulanza e un auto medica giungono sul posto: c’è un ragazzo riverso a terra con attorno quattro agenti di polizia, tra cui una donna. Il giovane è prono, ha le mani ammanettate sulla schiena, non da segni di coscienza. Sull’asfalto ci sono numerose macchie di sangue. I medici intervengono tempestivamente effettuando numerosi tentativi di rianimazione cardiopolmonare, ma il corpo del ragazzo non reagisce.

Sono questi gli ultimi minuti di vita di Federico Aldrovandi, giovane ferrarese di 18 anni la cui morte fu constatata dai medici quella mattinata per asfissia da posizione. Dietro questi pochi attimi si cela una lunga vicenda giudiziaria che ha visto prima l’accusa e poi la condanna per omicidio colposo dei quattro poliziotti presenti sul luogo della morte. Ma l’ultimo atto della tragica storia di Federico Aldrovandi è stato scritto da qualche ora e riguarda la riammissione al regolare servizio degli agenti di polizia che secondo la giurisdizione italiana hanno causato la sua morte.

Successivamente alle prime indagini si era ritenuto che la morte dell’Aldrovandi fosse stata causata dall’assunzione di eroina, ketamina ed alcool, presenti in minima misura nel corpo al momento del decesso. Ma il cadavere riportava svariati segni di violenza, così poco dopo, grazie alle perizie presentate dalla famiglia Aldrovandi si aprì una nuova pista di indagine che condusse gli inquirenti all’iscrizione nel registro delle notizie di reato dei quattro agenti con l’accusa di omicidio.

Per mezzo delle dichiarazioni dell’unica testimone oculare si ricostruì la generalità dei fatti: quella mattina Federico Aldrovandi stava tornando a casa a piedi e nel percorso si era imbattuto in una pattuglia di poliziotti. Dopo lo scambio di qualche parola aveva avuto inizio una colluttazione: i quattro agenti avevano agito senza necessità sull’Aldrovandi, utilizzando veemenza e brutalità, gli avevano inflitto calci e percosse tali da rompere due manganelli.

Al termine della fase investigativa si avviò il processo di primo grado che si concluse nel 2009 con sentenza di condanna a tre anni e sei mesi di reclusione per i quattro poliziotti imputati. A sostegno dell’accusa in dibattimento venne ascoltata anche la registrazione della centrale operativa che riportava chiaramente: … l’abbiamo bastonato di brutto. Adesso è svenuto, non so… È mezzo morto“.

La corte di Appello di Bologna nel 2011 confermò la pena sancita respingendo le tesi difensive degli imputati ed infine, il 21 giugno 2012 la corte di cassazione rendeva definitiva la condanna per “eccesso colposo in omicidio colposo“.

Nonostante la condanna, gli agenti hanno scontato solo 6 mesi di reclusione grazie al beneficio dellindulto, che ha coperto 36 dei 43 mesi di carcerazione previsti . Così due di loro ora sono già rientrati in servizio. Un terzo è stato reintegrato ma a causa di una malattia non tornerà per il momento a vestire la divisa. Infine, l’ultimo agente dovrebbe ritornare in servizio a breve a causa di un diverso decorso dei termini giudiziari rispetto ai colleghi.

In definitiva i provvedimenti disciplinari assunti dai vertici di polizia nei confronti dei quattro poliziotti condannati per omicidio hanno avuto oggetto la sospensione dal servizio per un periodo pari a 6 mesi. Inoltre la polizia ha negato all’avvocato della famiglia Aldrovandi l’accesso agli atti per conoscere le motivazioni dei provvedimenti disciplinari “perché, ci hanno detto che ai sensi di legge non siamo ‘diretti interessati”.

Michela Incitti

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