Roma, 18 mag – Il fenomeno del suicidio “per emulazione” o “per sfida” non è una novità. In questo caso si tratta di una specie di “patto” per il suicidio, in cui tu ti impegni a seguire una serie di passi (50 giorni) che ti condurranno poi ad un risultato. Messo così parrebbe una specie di psicoterapia comportamentale tesa a produrre come risultato il suicidio. Non è chiaro se Blue Whale crei dei suicidi “in più” o semplicemente sostituisca i comuni metodi di suicidio. Gli aspetti più peculiari sono il superamento del dolore fisico (tagliandosi, sporgendosi da luoghi alti etc), la deprivazione di sonno. Altri sembrano più leggende metropolitane: l’ascolto di musiche e video horror o psichedelici che “inducono” al suicidio, ad esempio.

Vediamo la cosa da un’altra angolazione: chi segue questi passi, a che scopo lo sta facendo? In che stato mentale di partenza è? La decisione cresce per effetto dei comportamenti messi in atto, oppure è rivelata dal fatto che la persona, anziché sentirsi spaventata o schifata da tali comportamenti, ne è invece attirata, e la prende quindi come una sfida, per farlo in maniera elegante, o condivisa, celebrata addirittura dagli altri partecipanti? Questo aspetto non va sottovalutato, perché utilizza una valenza che è già dentro la psicopatologia del suicidio. La parte “attiva” del suicidio: contrariamente a quanto si può credere, il suicidio non è solo, e forse e non è sostanzialmente, un problema di depressione. Sorprende per esempio che il 4% delle persone in fase di sovraeccitazione euforica, così come diagnosticati in ambito medico, si suicida. Poco, d’accordo, rispetto al rischio di altre situazioni, ma abbastanza da far capire che c’è qualcosa di non lineare, se dovessimo spiegarcelo solo come un estremo atto di depressione. Anche perché la depressione, quando è estrema, comporta una riduzione degli atti, dei progetti, delle decisioni. Diviene statica, bloccata, letargica. Il suicidio tra chi sa di dover morire induce piuttosto attaccamento alla vita che il contrario. Il tasso di suicidio tra i malati terminali è basso, molto lontano dalle percentuali associate ad alcuni disturbi mentali, all’uso di sostanze. Due indicatori “forti” di rischio suicidario sono la familiarità per suicidio e i precedenti tentativi, come a indicare che esiste un fattore biologico non meglio descrivibile, che però si riconosce come ereditario. E infine, l’unico medicinale che statisticamente lo previene non è un antidepressivo.

Cosa potrebbe indurre quindi il Blue Whale? Uno stato di eccitamento. Se i video mostrati sono autentici, si vedono alcuni ragazzi buttarsi in uno stato di apparente eccitazione (uno balla, un’altro procede speditamente dopo aver fumato una sigaretta). Si vedono ragazze che si buttano in gruppo, una dopo l’altra. Questo fa pensare non ad un profondo stato di prostrazione, ma ad uno stato di alienazione, se mai, in cui si crede di compiere un gesto importante e vincente. Se si esaminano i passi, le linee di sviluppo sono: identificarsi nell’impegno a morire; sentirsi incitati, pungolati e guidati (dai curatori del gioco e da altri giocatori); superare la paura di farlo per desensibilizzazione (tagliarsi, procurarsi dolore, sporgersi dalla cime dei palazzi, prendere confidenza con i luoghi in cui lo si farà etc). Forse nel servizio le dimensioni del fenomeno sono amplificate, ad esempio quando si parla di “centinaia e centinaia” di casi, mentre altrove si legge un numero di 157 per i casi in Russia. Centinaia di casi in poco tempo farebbero davvero pensare ad una epidemia indotta (il tempo è di 50 giorni), mentre 157 in un determinato periodo possono corrispondere ad un fenomeno già noto.

Non tutti sanno che il tasso di suicidio tra gli adolescenti non è basso, da noi è tra la terza e la quarta causa di morte in questa fascia di età (nella quale le morti non tendono ad essere collegate a malattie particolari). Parliamo di numeri nell’ordine di diverse centinaia di casi annui. Se per ipotesi qualcuno distribuisse porta a porta armi da fuoco, aumenterebbero i suicidi ? Non si sa, potrebbe darsi di sì, o potrebbe invece darsi che in quel modo tutti i suicidi avverrebbero con sé un’arma da fuoco. Questo il dubbio sul Blue Whale. In questo secondo caso l’intento del fondatore del gioco, e cioè di agevolare la morte di persone da lui ritenute “inferiori”, sarebbe miseramente fallito. Si tratta di uno studente di psicologia, il che fa pensare che abbia studiato a tavolino le tecniche per indurre il suicidio, che queste poi funzionino davvero o meno. Parrebbe anche che ci sia un controllo interno, e quindi che il gioco debba produrre dei risultati in maniera “affidabile”, poiché i curatori cercano di capire se i partecipanti stanno imbrogliando o se sono “seri”. Forse anche lui non ha fatto altro che illudersi malignamente di determinare, mentre ha solo accompagnato. L’aspetto potenzialmente utile della cosa è però che, se esiste un modo di istigare al suicidio (che siano persone già predisposte o meno), questo significa che potremmo sapere di più su come prevenirlo. Il rituale mediatico invece tende a chiudere questo capitolo in maniera sbrigativa.

Le reazioni in rete e il tono degli interventi sono sospesi tra due estremi: chi mette in guardia dal pericolo e lo colloca tutto nella malignità dell’ideatore; e chi denigra le vittime, senza per questo approvare il gioco in sé, dicendo che in fondo volevano semplicemente suicidarsi, o che, se è vero, se la sono andata a cercare. L’aspetto più inutile, cioè a chi dare la colpa (la famiglia, una società che nessuno pare però volere diversa), è apparentemente consumato, quando invece sarebbe più utile sapere come funziona il meccanismo, e se davvero funziona. Pensare che forse, ma questo mediaticamente è un’utopia, basterebbe dire che “non funziona”, che sia vero o no, per affossarlo. Dire semplicemente che qualcosa è pericoloso, senza far capire meglio, purtroppo è paradossalmente spesso un richiamo.

Matteo Pacini

Psichiatra

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