Da Kabobo alla Franzoni: quando il giudice chiede consiglio allo psichiatra

kaboboRoma, 6 gen – La psichiatria nell’idea che le persone ne hanno rimane sospesa tra scienza medica (ma rivolta a casi platealmente gravi) oppure chiacchiera, scuole di pensiero più adatte a intrattenere i salotti che a garantire risultati e ordine sociale. Diciamo che una parte della psichiatria “ce la mette tutta” per dare un’impressione di poca sostanza, e il ruolo dello psichiatra nella giustizia ne risente. Nel secolo scorso ad esempio il luminare Saporito, che valutò il caso di un delitto passionale da parte di una nobildonna (il caso Bellentani) ci mise due anni di colloqui per concludere che le capacità mentali al momento del delitto erano “parzialmente ridotte”. Lo avremmo saputo concludere anche noi, i più direbbero, anche in meno di due anni. Perché le due categorie giuridiche sono queste: capacità di intendere o volere assente, capacità ridotta. Un po’ pochino.

La psichiatria è poi in grado di prevedere la pericolosità sociale ? Sulla base di che cosa dovrebbe basare il proprio giudizio, se può valutare un reo soltanto in condizioni di detenzione ?

La risposta infatti è un punto interrogativo, al massimo un parere statistico. Curiosamente, mai che si chieda conto di cosa le cure possono garantire in termini di pericolosità sociale. Un individuo pericoloso e incapace di intendere e volere, perché ad esempio schizofrenico, se curato può essere non pericoloso, e a questo punto è anche abbastanza inutile che sia detenuto in ambiente medico (ospedale psichiatrico giudiziario). Un individuo che invece ha una malattia grave e pericolosa, ma non è curabile, è neutralizzato se rimane detenuto, ma a quel punto l’ospedale psichiatrico giudiziario è sostanzialmente una soluzione detentiva, niente di più.

Recentemente i casi dell’italiana Franzoni (condannata come madre omicida ma sedicente innocente) e dell’africano Kabobo (evidentemente colpevole di una strage a danno di sconosciuti a Milano) richiamano il ruolo della psichiatria nel garantire che queste persone siano gestite, dentro e fuori dal carcere, in maniera sicura per gli altri. Ma i giudici chiedono alla psichiatria un ruolo impossibile. Se la Franzoni uccide in uno stato delirante in cui poteva volere (ad esempio) salvare il bambino da una possessione demoniaca uccidendolo, il reato potrebbe tranquillamente ripetersi in caso di ricaduta, senza che si possa stabilire se e quando. Se la Franzoni sia sottoposta a cure preventive pare invece non interessare alla cronaca giudiziaria. Non ci sarebbe alcuno scandalo nel sapere già libera una madre che agì da inferma di mente, mentre è scandaloso pensare che non sia in corso nessun regime di terapia psichiatrica (visto che questi episodi tendono a ripetersi).

Su Kabobo il parere è più semplice, eppure non sembra che anche a fronte di ciò si siano presi provvedimenti, visto che a qualche sfortunato detenuto è capitato di dover essere compagno di cella di un individuo pericoloso e dal comportamento non prevedibile.

Non che per individui pericolosi in maniera organizzata e prevedibile, sia andata meglio. Il mostro del Circeo Angelo Izzo, pericoloso proprio perché in grado di agganciare le sue vittime, fu messo in grado di fare proprio questo, come coordinatore delle attività di una “cooperativa” che assisteva persone con disagio sociale. E ripeté il suo copione omicida.


Con queste premesse, la psichiatria giudiziaria è vicolo cieco se si giudica la persona “sana di mente”, ne consegue che sarà detenuta, ma quando libera potrà tornare pericolosa; se la si giudica “incapace di intendere o volere” non sarà detenuta (o non nello stesso modo), ma senza che la comunità sia protetta dalle conseguenze. Come se ci fosse una linea logica tra alterazione psichica plateale e sempre evidente, incapacità totale di intendere, e possibilità di prevenire le recidive. E invece non c’è: esistono gravi malattie psichiatriche che non alterano la capacità di intendere o solo a sprazzi, altre che alterano solo quella di volere ma sono gravi (le tossicodipendenze).

Quindi, dopo un passaggio psichiatrico “che avremmo saputo fare anche noi” e che determina il destino giudiziario iniziale di quella persona, segue un’evoluzione che sostanzialmente giudica se la persona “si è comportata bene” durante la carcerazione. Su questo piano i malati mentali somigliano molto alle persone normali, ovvero se non hanno altre opzioni “si comportano bene”.

Matteo Pacini

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