Papa FrancescoRoma, 25 giu – Nel libro “la posizione della missionaria” Hitchens descriveva la curiosa spinta umanitaria di Madre Teresa, che metteva l’umanità al servizio del proprio amore, più che l’inverso. Come conciliare infatti l’idea di dedicarsi alla sofferenza degli ultimi tra i malati rifiutando però le donazioni di antibiotici secondo il principio per cui la sofferenza va accompagnata, e non osteggiata ? Un principio santo, sicuramente, nel senso di disumano.

E’ curioso vedere pari pari questo tipo di ragionamento nelle posizioni antidroga di Papa Francesco. Nel suo discorso del 20 giugno di fronte alla International Drug Enforcement Conference il Papa va inizialmente sul sicuro con il “no” a tutte le droghe per il bene dell’umanità e contro il mercato della morte (“Vorrei dire con molta chiarezza: la droga non si vince con la droga! La droga è un male, e con il male non ci possono essere cedimenti o compromessi”). Peccato che poche righe dopo si faccia alfiere di fraintendimenti che finiscono per alimentare epidemie di malattie e morti: “Pensare di poter ridurre il danno, consentendo l’uso di psicofarmaci a quelle persone che continuano ad usare droga, non risolve affatto il problema”; e ancora “Le droghe sostitutive, poi, non sono una terapia sufficiente, ma un modo velato di arrendersi al fenomeno. Intendo ribadire quanto già detto in altra occasione: no ad ogni tipo di droga. Semplicemente. No ad ogni tipo di droga “. Affermare che le cure farmacologiche siano una strada sbagliata quando è un dato consolidato che nei paesi in cui si diffonde il trattamento i tassi di infezioni e di mortalità si riducono, è senz’altro un messaggio confuso per chi promuove vita e salute. Forse non è così scontato, direbbe appunto l’autore del libro su Madre Teresa, che la Chiesa miri a questo.

I termini con cui le medicine sono inglobate nel concetto negativo di “psicofarmaco” come “droga sostitutiva” sono un peccato niente affatto veniale: è inconcepibile invitare le persone a non usare le medicine per curare il cervello (su cui le droghe producono alterazioni e che produce di conseguenza sintomi e comportamenti alterati). Inconcepibile è l’accostamento delle droghe alle medicine, come dire che un veleno e il suo antidoto sono la stessa schifezza chimica. Curare non è mai una rinuncia, sicuramente invece lo è invitare a non utilizzare le terapie di riferimento per andare verso il nulla della presunzione spirituale (che non ha mai guarito nessuno, quasi nessuno per chi crede nei miracoli). Dire che una cura è una seconda “dipendenza” è un incrocio tra negare il problema (la malattia è una dipendenza) e mistificare il senso della cura (che è tale proprio perché diversa dal legame con una droga, anzi opposta, come lo è la terapia metadonica rispetto alla dipendenza ad eroina).

Il livello scientifico, è purtroppo questo nel discorso di Francesco. Il livello umano decisamente incomprensibile, perché risolvere un’epidemia significa curare le malattie, e il benessere terreno si fonda sulla conoscenza dei meccanismi dei mali e delle loro cure.

Chi seguisse questi insegnamenti, certamente penserebbe di cercare soluzioni non farmacologiche, che risolvano il problema “alla radice” (come se naturalmente fosse facile e non lo facessero già un po’ quelle farmacologiche), ovvero curarsi senza farmaci, scalandoli il prima possibile, e con lo scopo di rimanere puliti da ogni sostanza chimica, farmaco o droga che sia la sua “etichetta” ufficiale. Ecco, chi facesse così andrebbe incontro a tre fenomeni scientificamente certi: morte per overdose, aggravamento della dipendenza fino alle sue complicazioni, infezioni varie tipo HIV e HCV, distruzione della propria identità sociale e dei propri progetti individuali e di relazione.

L’organizzazione della sanità, in un suo recente documento ufficiale sulle linee-guida per la prevenzione e la cura per la tossicodipendenza, ha detto esattamente l’opposto.

L’ingenuità uccide come la malafede, ma qui si rischia che la malafede di chi ha scritto quelle poche righe di discorso diventi ingenuità, e uccida silenziosamente, nelle mani di milioni di malati e famiglie, credenti e non, che vedono in questa figura religiosa una guida autorevole.

Se poi sia malafede o presunzione non è chiaro, ma è difficile equivocare così cinquanta e passa anni di pratica e di letteratura sulla dipendenza, e in particolare su quella attualmente più curabile, quella da oppiacei. C’è di sicuro che dietro questo tipo di dichiarazioni c’è anche un attivismo, una imprenditorialità, indicata in senso denigratorio dai suoi detrattori come “cristoterapia”, che vende comunità terapeutiche, percorsi di riabilitazione, rieducazione, ricostruzione della persona e quant’altro pretendendo, spesso, che per accedervi non si facciano, o si abbandonino, le cure farmacologiche. Peraltro, cure farmacologiche che costano allo stato cento volte meno al giorno di una comunità. Stretti tra il fuoco della cristoterapia e gli entusiasti della cannabis, i malati di dipendenza da narcotici possono solo sperare di trovare una cura “per caso”, nonostante gli autorevoli interventi di chi li ama (purché non si curino), e il disastro di chi li vuole emancipare legalizzando. Il miglior modo di amare, ed emancipare l’individuo è curarlo dalla malattia che lo affligge, non nel nome del dolore ma dello star meglio. Il resto è la tanto inutile “carità che uccide”.

 Matteo Pacini

Fonte

http://www.news.va/it/news/ai-partecipanti-alla-31esima-edizione-dell-interna

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