Schermata 2015-06-08 alle 07.23.38Roma, 8 giu – È un pugno nello stomaco, l’editoriale che Gianandrea Gaiani, direttore responsabile della testata Analisi Difesa, dedica allo sfascio dell’italico apparato militare.

Un collasso materiale, prima di tutto, con un bilancio per le forze armate (Funzione Difesa) passato dai 14,3 miliardi di euro del 2010 ai 13,2 di quest’anno, per scendere ai 12,7 previsti per l’anno prossimo di cui parallelamente aumenta la percentuale destinata alle retribuzioni: 65,4% nel 2010, 73,3% quest’anno e 75,7% cioè oltre tre quarti, nel 2017. Tra i residui, appena 2,3 miliardi per acquisire nuovi mezzi, oltre al paio di ulteriori miliardi stanziati da altri ministeri, e poco più di un miliardo per esercitazioni, addestramento, manutenzioni di mezzi e infrastrutture. Interi capitoli di bilancio azzerati e chi può si arrangi.

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Spese militari in rapporto al Pil per vari paesi della Ue ed extra-Ue. Dati Sipri

Alla faccia delle dichiarazioni dell’improbabile ministro della Difesa, Roberta Pinotti, che l’anno scorso aveva sbottato: “Il bilancio della Difesa non può essere il bancomat del governo”. Invece è proprio così. Alla faccia anche del “Libro bianco” dell’ex ministro Giampaolo Di Paola che prevedeva la diminuzione degli effettivi a fronte del ribilanciamento delle risorse.

Solo agli ingenui, ignari del bisogno di difendere più o meno attivamente le frontiere della Nazione, non correrà un brivido lungo la schiena pensando come mai potremmo far fronte a un attacco organizzato: “Abbiamo irrisolta da oltre tre anni la penosa vicenda dei fucilieri Salvatore Girone e Massimiliano Latorre mentre in Italia non riusciamo neppure a difendere Piazza di Spagna da 200 tifosi olandesi ubriachi né il centro di Milano da altrettanti teppisti black-bloc, ridicolizzando agli occhi del mondo e dell’opinione pubblica italiana il ruolo di militari e forze dell’ordine, ormai ridotti al ruolo di mute comparse, non protagonisti della difesa e sicurezza nazionale”, scrive Gaiani nel suo fondo, aggiungendo: “Figuriamoci se in queste condizioni possiamo impensierire terroristi e jihadisti oppure anche solo pirati e trafficanti, criminali seri con tanto così di pelo sullo stomaco”.

L’analisi comparativa delle spese militari in relazione al Pil, effettuata su dati Sipri, è impietosa.

Tra sette paesi importanti dell’Unione europea l’Italia è oggi terzultima con l’1,48% di spese militari rispetto al prodotto interno lordo, appena meglio di Spagna e Germania (ambedue con forze armate da barzelletta), peggio della Polonia (1,95%), Regno Unito, Francia e Grecia (tutte intorno al 2,2%), condividendo con tutti questi paesi (eccetto, recentemente, la Polonia in chiave anti-russa) una sostenuta diminuzione (in Italia, meno 26% in 10 anni).

Allargando lo sguardo, non c’è proprio confronto rispetto alla Cina (2.06%) e alla Turchia (2,17%), per non parlare di Usa (3,5%) e Russia (4,47%), con quest’ultima che ha aumentato le spese per la difesa del 50% dal minimo (3%) del 1998.

Se, poi, si considera che l’Italia ha perso intorno al 30% del Pil dal 2007, è presto fatto il conto di un disastro che si somma agli altri accumulati dagli ultimi governi.

Non farà quindi impressione quanto scrive ironicamente Gaiani, che non c’è bisogno degli F-35 per disporre di aerei “stealth”, dal momento che i Tornado di stanza in Iraq risultano di fatto “invisibili” al nemico jihadista perché disarmati, e che nella loro carriera operativa sono stati a lungo e per colmo d’ipocrisia “mediaticamente invisibili” ai cittadini-contribuenti italiani quando impegnati in missioni belliche in Iraq nel 1991, in Kosovo, nella sciagurata avventura libica e oggi di nuovo Iraq.

Tanto più che anche il più grande ma solo presunto ammodernamento della nostra dotazione bellica – appunto il plurimiliardario acquisto di una trentina di F-35 entro il 2020 e poi probabilmente tutti i 90 previsti per far contento l’alleato Usa – secondo Analisi Difesa non è solo un errore strategico e industriale che ci metterà del tutto nelle mani di Washington ma è anche inutile: a cosa serve, infatti, avere un bombardiere “invisibile” se non abbiamo neppure il coraggio di mettergli le bombe a bordo, né i soldi per farli volare, così come non potremo gestire la nuova flotta che stiamo costruendo con i fondi della “legge navale” dell’anno scorso.

Per non parlare dei dubbi sulla effettiva competitività degli F-35 nello scenario internazionale, recentemente illustrati anche su queste colonne.

Nel frattempo, continua Gaiani, le caserme cadono a pezzi e manca il carburante, l’olio e i ricambi per le manutenzioni e per addestrare il personale, i piloti non hanno mai volato così poco, l’aviazione dell’Esercito è alla paralisi, interi reggimenti non sparano un colpo da molto tempo per mancanza di munizioni e per molti l’unico addestramento attuabile è rappresentato dalla marcia zaino in spalla, adatta per una guerra di trincea ma non certo per i teatri moderni.

Il premier Matteo Renzi che, alla sfilata degli Alpini a L’Aquila (metà maggio 2015) saluta… con la mano sbagliata

Un collasso morale, inoltre, ben sintetizzato dal premier Matteo Renzi che alla parata degli alpini a metà maggio all’Aquila si faceva beccare a salutare meno che militarmente con la mano… sinistra, e poi in evidente imbarazzo indossando la divisa nel corso della visita-lampo al contingente italiano a Herat in Afghanistan il 2 giugno. Lo stesso giorno in cui si teneva a Roma un simulacro di parata, per la festa della Repubblica ma anche per il centenario dell’entrata nella grande guerra: eccetto le frecce tricolori, infatti, tra crocerossine e bambini con ombrellini tricolori, non si è visto un solo mezzo, forse per non apparire “guerrafondai”, come suggerisce Gaiani.

Fino a prova contraria, guerrafondai non si sentono nemmeno i russi o i francesi (soprattutto i primi?), ma le parate del 9 maggio e del 14 luglio, rispettivamente, costituiscono occasione di sfoggio per i più avanzati armamenti in un tripudio di orgoglio nazionale e patriottico (condito, senza dubbio, di sana promozione commerciale). Da noi invece meglio evitare, “così boy scout e pacifinti, antagonisti e catto-comunisti non si indignano”, scrive l’esperto di difesa.

Eppure qualche luce c’è – le Scuole militari per esempio, un’eccellenza di cui scrivemmo su questo giornale – che nonostante i posti troppo limitati (circa 270 ogni anno) riscuotono sempre più successo tra i giovanissimi liceali, mentre qualche dubbio fa sorgere il sistema di reclutamento degli ufficiali attraverso le Accademie, non fosse altro per il fatto che una percentuale stranamente troppo bassa dei poco più di 300 posti disponibili è coperta dagli allievi delle Scuole militari.

È tuttavia una goccia nel mare, e ci sentiamo di condividere per intero lo sfogo di Gaiani: “Il dilemma in realtà non riguarda le dotazioni militari ma la totale incapacità della politica di difendere, anche con le armi, gli interessi nazionali e le frontiere stesse della Nazione”.

Francesco Meneguzzo

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  1. Non c’è nulla da fare a friote delle necessarie riduzioni di bilancio per contenere le spese (non a spese dell’efficenza delle tre armi) occorre pensare ad un esercito comune europeo grazie al quale diversi compiti che ora sono moltiplicati per 29 siano meglio distribuiti tra le forse armate degli stati membri in una sorta di esternalizzazione delle specialità. Sarebbe interessante discutere meglio questo concetto che sembra ovvio però magari visto da un altr prospettiva presenta problematiche poco conosciute (così giusto per non parlarne a vanvera).

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