ssssMilano, 28 mar – C’erano più di trecento turbanti arancioni due giorni fa in piazza Fontana a Milano, accompagnati da donne in eleganti abiti bianchi. Comunità Sikh (che significa semplicemente “discepoli”) indiane provenienti da tutta Italia per chiedere a gran voce il rilascio immediato dei nostri Marò. Ma i fieri discendenti dei dieci guru, che vissero in India tra il XV ed il XVII secolo, non si sono limitati ad un’estemporanea protesta pacifica. Hanno promosso in tutta la nostra penisola una petizione, solo a Milano sono state 5 mila le firme raccolte, e scritto una lettera al sindaco Pisapia per chiedere che i soldati italiani detenuti in India vengano liberati e giudicati in Italia.

“Siamo con voi per liberare i due Marò”, ha dichiarato il presidente della Indian Sikh Community Kang Sukhdev Singh. “Noi – ha precisato Jasbir Singh Toor, presidente della comunità Sikh di Cortenuova, in provincia di Bergamo – chiediamo che il governo indiano faccia chiarezza sulla vicenda”. Le firme raccolte con la petizione verranno poi consegnate al governo indiano e a quello italiano, oltre che agli avvocati dei Marò.

In Italia il sikhismo, diffuso principalmente nello stato indiano del Punjab, è praticato da circa 70 mila fedeli, che credono nella luce della saggezza destinata a sconfiggere il buio dell’ignoranza.
Appartengono ad una confessione religiosa che per secoli ha subito persecuzioni e discriminazioni senza mai piegare la testa, anche grazie ai loro leggendari combattenti che hanno fatto propri lo yoga marziale e la Shastar Vidiya, la complessa ’scienza delle armi’ dell’antica cultura guerriera. Custodi di una tradizione risalente al XVI secolo d.C e fedele all’opera di Godibh Singh, che incoraggiò i discepoli alla formazione di un esercito di “soldati consacrati”. Mistici guerrieri ma anche straordinari studiosi che costituiscono buona parte degli ingegneri, dei tecnici, dei piloti e in generale dei principali lavoratori qualificati di tutto il subcontinente indiano.

Una comunità potente che ha espresso anche politici e rappresentanti istituzionali fedeli in primo luogo all’etica della propria comunità, senza però rinnegare mai la storica appartenenza alla Madre India. Così come i Sikh che vivono in Italia sentono oggi di dover dare il loro contributo disinteressato per il paese che li ha accolti e per la libertà dei Marò: “Noi ci sentiamo italiani, e non vediamo l’ora che la vicenda si concluda positivamente, perché stiamo vivendo questa situazione con molta difficoltà”, ha detto il presidente della comunità Sikh in Italia Kang Sukhdev Singh.

Eugenio Palazzini

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