Manifestazione in sostegno del metodo StaminaRoma, 2 gen – Dal mercato farmaceutico non ci si può aspettare la vocazione al bene degli altri, tendenza che non mi pare l’uomo in generale abbia mai manifestato in maniera così scontata. La medicina non è però neanche una cospirazione a solo scopo di lucro, perché in fondo le cose che si vendono devono pur funzionare. La scienza medica, anche in epoca di capitalismo, si conserva questo ruolo. C’è però una zona grigia, fatta dalle aspettative e dalle necessità di malati e familiari, che può unire direttamente la domanda e l’offerta, saltando completamente la tecnologia.

Se si riesce a convincere una moltitudine che una malattia è guaribile, e l’unico ostacolo è un “muro” burocratico o un’alleanza occulta tra stato e poteri forti (multinazionali delle terapie tradizionali), si crea un affare. Infatti, a sostenere Stamina contro gli interessi delle multinazionali c’era già una multinazionale. Il problema non è quindi doversi battere per una cura che è vietata, ma dover stabilire se questa cura, e questa multinazionale, abbiano qualcosa da offrire ai malati, che non sia soltanto in funzione della loro speranza.

Lo Stato dovrebbe, appunto, impedire la mercificazione della speranza, e poi regolamentare quella degli strumenti che funzionano.

Chi inventa un metodo rivoluzionario lo può facilmente pubblicare su un sito proprio. I colleghi potranno criticarlo, ma non oscurarlo. Qui invece queste informazioni mancano: quanti sono i casi, quali, che malattie di preciso…non è chiaro. Una pessima impressione si aggiunge quando al posto delle cartelle, dei dati, si producono storie, testimonianze, appelli.

L’altro seme del sospetto deve nascere quando il metodo rivoluzionario non inizia ad essere indicato per una o due malattie ben definite, ma dal nulla sarebbe utile “per tutte” le malattie neurodegenerative, “per tutti” i tipi di tumore, oppure per situazioni molto vaghe, da cui potremmo essere affetti tutti e nessuno (stress, ansia, tensione, debolezza etc).

Altro cattivo presagio è quando si lancia un ponte tra l’idea della “cura compassionevole” libera per i cittadini e la “cura radicale” della malattia. Insomma, il metodo rivoluzionario aiuta a morire più dolcemente e dignitosamente, oppure guarisce malattie prima incurabili ?

I malati terminali in nome dei quali si manifesta, o che manifestano essi stessi, potrebbero essere guariti, oppure semplicemente curati un po’ meglio senza garantire nessuna svolta finale ?

Da ricordare che anche la battaglia per la cannabis libera, sostanzialmente promossa per garantire il libero uso ricreativo, ha uno dei suoi argomenti forti nell’uso medico della cannabis nei malati terminali.

E’ poco verosimile che ad una multinazionale interessi vendere qualche confezione a pochi malati terminali, mentre ha più senso un boom di vendite a migliaia di persone, che magari poi si risolve in una bolla di sapone a soldi incassati. Tutto calcolato. Tanti sono gli esempi di “lanci” di farmaci dichiarati innovativi e poi ritirati o caduti in disgrazia, un ragionamento di margine di guadagno in un determinato periodo di tempo, non certo di salute pubblica.

L’affare migliore comunque è vendere l’acqua in confezione da farmacia, e se possibile venderla a chi non ha niente. Altro che cospirazione per intossicare il mondo con prodotti che rovinano il corpo, quelli sono incidenti di percorso, invece l’ideale di una multinazionale è stabilire il prezzo per il niente. E già esiste un mercato per questo. Gran parte degli integratori, dei farmaci “per rinforzare” funzioni in chi non le ha assolutamente malate, per “coadiuvare” le cure funzionanti, e così via, sono il niente con l’etichetta del prezzo. Condizionamenti culturali, a cui ogni tanto si aggiunge anche un bell’allarme sociale o un caso medico, e così  via. Nessun metodo rivoluzionario, solo spartizione del mercato per chi ama questo tipo di “etichette” (medicine naturali, erbe, fino ai cristalli e alle essenze).

Un metodo rivoluzionario che minaccia le multinazionali diventa oggetto di spionaggio industriale, o di concorrenza sleale. Nel caso Stamina si rischiava, e si rischia, di arrivare ad un accordo (come usa nella democrazia), il che significa che si è stabilito un prezzo alla speranza. La speranza non è un “metodo”, e non deve diventarlo.

Matteo Pacini

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