mondoRoma, 27 giu – Fra i tanti argomenti avanzati dai sostenitori dell’apertura delle frontiere ce ne sono alcuni che meritano di essere evidenziati. Uno è per esempio quello secondo il quale non si può negare a chi è nato nella sponda sud del Mediterraneo il diritto di passare su quella nord, dato che non hanno scelto loro di nascere lì, né noi qui. Poiché la nostra comparsa sulla terra in un dato luogo è del tutto arbitraria, da noi non scelta né voluta, essa non può essere una catena che lega in eterno gli individui alla stanzialità.

Prendendo sul serio quest’argomento, si può andare anche più lontano. Dobbiamo per esempio riflettere sul fatto che le grandi migrazioni odierne hanno un carattere decisamente selettivo: richiedono una dose minima di coraggio, forza fisica, denaro. Molto spesso i più deboli non ce la fanno a sopportare gli sforzi. E una volta arrivati qui, nonostante tutto, c’è sempre una quota di controllo che fa sì che qualcuno, di tanto in tanto, venga persino rimandato a casa. Anche questa diversificazione è del tutto arbitraria e non basata su merito o su giustizia, a ben vedere.

Pensiamo poi a quelli che non migrano. Perché restano a casa loro? Forse perché non hanno abbastanza coraggio, forza fisica, denaro? Se è così si tratta di un’ingiustizia bella e buona. O magari sono quelli che, per ragioni economiche, nei loro Paesi stanno bene. E questa è una selezione classista bella e buona. Qualcuno, poi, se ne resta a casa solo perché è legato alla sua terra e alle sue tradizioni. Ma quanto questo atteggiamento sia negativo, pregiudiziale e antistorico lo sappiamo bene.

Stando così le cose, avanzo la mia modesta proposta: trasferiamo tutti gli europei in Africa e tutti gli africani in Europa. Non sorridete, la cosa ha un senso. Sarebbe un provvedimento equo, che non guarda in faccia a vantaggi derivati dal caso o dal censo, che mette tutti sullo stesso piano. Che arricchisce, inoltre. Tutta la cultura contemporanea, da anni volta a decostruire l’identità, la presenza, il radicamento, non potrebbe che benedire l’idea. Sarebbe il trionfo di quell’idea solidamente liberale che la “tabula rasa”.

Pensateci bene: che argomenti esistono contro questo progetto, esclusi quelli legati a logiche identitarie e di radicamento, che sappiamo dover essere superati per il bene dell’umanità?

Una volta presa questa decisione titanica, bisognerà fare in modo che i meccanismi che ci hanno portato sin qui non si ripetano più. Una volta attuato il duplice trasferimento, tra dieci, 100 o 500 anni potremmo avere gli antenati degli europei che replicano logiche di radicamento in Africa e viceversa. In entrambi i casi, queste persone non avranno scelto di nascere dove sono nate. In entrambi i casi, queste persone godranno di eventuali vantaggi o svantaggi ereditati e non meritati. Anzi, la cosa potrebbe prendere un’inaspettata piega razzista: che succede se una volta invertite le condizioni geografiche e azzerati i vantaggi ereditati, dopo qualche anno gli africani si trovano di nuovo in crisi nella loro nuova sede europea e magari invece gli europei riescono a creare in Africa condizioni di benessere? Il tutto potrebbe essere letto da qualche malintenzionato come una conferma dei più vieti stereotipi razziali. Del resto se il radicamento va combattuto non bisogna ri-radicare, mai.

Allora la scelta è di fatto obbligata: bisogna stabilire una turnazione. A intervalli periodici, gli abitanti di tutti i continenti si trasferiscono nel continente vicino. Facciamo ogni 20 o 25 anni, l’arco di una generazione. I Poli potrebbero essere presi come due “caselle vuote” in cui spostarsi temporaneamente per evitare di incrociarsi nei reciproci trasferimenti. Pensate a quale meraviglia: dall’oggi al domani diventare africani, avere figli che siano asiatici, nipoti che diventino sudamericani. Provare tutto, non essere vincolati da niente, spezzare una volta per tutte la dittatura dell’eredità, con le sue iniquità. L’idea di Laura Boldrini sul migrante come avanguardia di una mentalità che presto sarà di tutti noi potrebbe trovare una pratica e istruttiva conferma concreta.

È solo una modesta proposta, per carità. E a molti, certo, potrà non piacere. Ma se ci pensate bene, se notate i nessi logici, vi accorgerete anche voi della sua terribile, implacabile, stringente coerenza.

Adriano Scianca

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Adriano Scianca
Giornalista e scrittore, classe 1980. È laureato in Filosofia presso l'università La Sapienza di Roma ed è giornalista iscritto all'Ordine dei professionisti. Ha collaborato con i quotidiani Libero e Il Foglio e lavorato nella redazione del Secolo d’Italia. Scrive abitualmente per il quotidiano La Verità. Ha scritto i saggi Riprendersi tutto, tradotto anche in francese, Ezra fa surf, L'identità sacra e Contro l'eroticamente corretto. È responsabile nazionale della cultura per CasaPound Italia.

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