melanzaneVittoria (Rg), 30 mag – Sono trascorsi pochi giorni da quando Mario Incardona, agricoltore siculo di Vittoria, ha deciso di buttare nei campi tutte le melanzane raccolte al mattino; restituendo alla terra ciò che aveva prodotto, dopo mesi di lavoro e fatica, perché nel corto circuito creato dal libero mercato, forse, solo la terra riesce ancora ad apprezzare i propri frutti, mentre l’uomo ha imparato a ragionare di merci e profitto e non volge più il suo sguardo oltre questi parametri.

Le riprese amatoriali di quel gesto, disperato quanto sincero, sono finite sui social network, innescando un meccanismo di condivisione ‘virale’ che ha portato l’agricoltore siciliano a ricevere centinaia di attestati di solidarietà provenienti da diverse località italiane. Mario Incardona ha accolto volentieri la richiesta de Il Primato Nazionale, concedendoci un’intervista in esclusiva.

Come nasce l’idea di gettare il raccolto nei campi, in segno di protesta?

–         E’ stato un gesto dettato dalla rabbia e dalla frustrazione. Il prezzo del prodotto, nel mio caso varie tipologie di melanzana e cetrioli, al mercato generale non copriva minimamente i costi di produzione.

Il video della sua iniziativa ha avuto una diffusione notevole sulla rete, è sorpreso dall’interesse generato e dai numerosi attestati di solidarietà?

–         Sì, ammetto di essere davvero stupito. Non credevo che un semplice video amatoriale potesse destare tanto clamore; evidentemente ho toccato un nervo scoperto e, quello relativo all’agricoltura, è un tema radicato nella nostra società più di quanto si possa immaginare. Forse, nel mio sfogo, si sono riconosciuti molti agricoltori stanchi, come me, di sopportare ancora in silenzio.

Quali sono le difficoltà maggiori che riscontra nel suo lavoro e che, in generale, affliggono il comparto agricolo italiano?

–         Il problema principale è legato al prezzo di vendita del prodotto. Non riusciamo a coprire i costi di produzione, figuriamoci a portare a casa qualcosa: è come se lavorassimo gratis per arricchire altri. Siamo marionette nelle mani dei supermercati, della grande distribuzione e anche dello stato, che assorbe oltre il 50% degli utili della filiera. Tutto questo, ovviamente, grava non solo su noi produttori ma anche sui consumatori: vendo le mie melanzane a 30 centesimi al chilo e la gente le acquista nei supermercati del nord Italia a € 2,30.

Mario IncardonaSecondo lei quali misure d’intervento potrebbero essere adottate per contrastare questi fenomeni?

–         Parto dal presupposto che i problemi dell’agricoltura italiana sono talmente ampi che pensare di risolverli è pura utopia. Si possono, però, adottare delle iniziative: stabilire, ad esempio, un prezzo fisso per ogni prodotto, da mantenere  stabile nel corso dell’anno, in maniera tale da limitare i rischi del produttore. Si potrebbero creare associazioni di agricoltori, indipendenti, che decidano un prezzo comune al fine di evitare una concorrenza spietata e innescare la gara al ribasso. Infine credo che debba essere vietato l’ingresso in Italia di merci di produzione estera, almeno fino a quando i prodotti nazionali riescono a soddisfare il fabbisogno interno.

Si sente rappresentato dalle associazioni di categoria, o da partiti politici?

–         No, non mi sento rappresentato da nessuno, solo da me stesso. Mi alzo alle 6 del mattino e lavoro fino alle dieci della sera, senza ferie. Se non lo facessi sarei costretto a chiudere l’azienda.

Dopo aver gettato il raccolto ha deciso di devolvere i suoi prodotti a chi ne ha bisogno, un gesto che le rende onore.

–         Sì, passata la rabbia del momento non aveva senso continuare a buttare le melanzane, meglio darle in beneficenza. Ho devoluto parte del raccolto ai bambini del Rosario di Scicli; il resto della produzione è stoccato nel mio magazzino e approfitto dell’occasione per invitare tutte le associazioni che hanno bisogno a venire a prendere quello che serve direttamente in azienda, a Santa Croce Camerina. Terrò tutto ancora per una settimana poi, se non cambierà nulla, sarò costretto a chiudere.

Francesco Pezzuto

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