journalistRoma, 7 nov – Si è parlato molto, nei giorni scorsi, della bocciatura di Giulia Innocenzi, conduttrice di “Servizio Pubblico”, alla 115esima sessione dell’esame di Stato per diventare giornalista professionista. La supponenza della giovane ha certo esacerbato i toni, anche se, da quanto si è appreso, la sessione sembra essere stata piuttosto sui generis. Assieme alla maestrina di Santoro non ha passato l’esame il 44% dei candidati, laddove in genere la media dei bocciati si attesta sul 25%. Hanno fatto discutere, inoltre, i gravi errori inseriti nelle tracce composte da cinque esperti giornalisti professionisti e da un sostituto procuratore di Frosinone: nell’articolo di cronaca, basato su finti lanci d’agenzia distribuiti ai candidati, un pm (il cui cognome era peraltro riportato in due modi differenti) doveva “decidere se convalidare o meno il fermo”, prerogativa che spetta però al gip e non certo al pm.

Psicodramma Innocenzi a parte, la figuraccia dell’Ordine dei giornalisti è clamorosa. Ma è solo l’ultima stranezza di un carrozzone parassitario che sembra ormai aver esaurito ogni funzione. Bollato spesso come “creazione fascista”, l’Ordine nasce in realtà con la legge n. 69 del 3 febbraio 1963 ed entra in vigore il 12 marzo 1965. Il fascismo, nel 1925, si era limitato all’istituzione di un “albo generale dei giornalisti professionisti”.

Una persona su 526 è giornalista

Ma quanti sono oggi gli operatori dell’informazione sotto la tutela dell’Odg? Secondo il rapporto sulla professione giornalistica in Italia 2013, dal titolo “Il paese  dei giornalisti”, elaborato da Lsdi (Libertà di stampa diritto all’informazione), presentato qualche giorno fa, in Italia una persona ogni 526, a fine 2012, aveva in tasca il famoso tesserino marrone, per un totale di 112 mila giornalisti. Di questi, però, meno della metà è attiva, ovvero solo 47.727 hanno una posizione Inpgi aperta. Ciascun iscritto è obbligato a pagare una quota annua di 100 euro, per circa undici milioni di euro globali. Tesserino Ordine dei Giornalisti

Questi centomila giornalisti si dividono in pubblicisti e professionisti. L’iscrizione all’albo dei professionisti prevede un esame di Stato che può essere sostenuto da chi abbia lavorato per 18 mesi in una redazione con contratto da praticante. L’esame prevede due prove, una scritta e una orale. I giornalisti non professionisti possono invece iscriversi all’albo dei pubblicisti dopo aver pubblicato un certo numero di articoli. A differenza dei professionisti, non è prevista per il pubblicista la prova di idoneità professionale, ma i consigli regionali del Lazio, della Sicilia e della Campania richiedono un colloquio informativo che viene sostenuto subito prima del rilascio del tesserino. Questo anche per tentare di mettere un freno all’andazzo allegro che aveva ampiamente screditato la figura del pubblicista.

Amici degli amici

Quanto appena detto risponde all’eterna domanda di tanti giovani. “Come faccio a diventare giornalista?”. Questo, almeno, dal punto di vista burocratico. Come fare a lavorare davvero nel mondo del giornalismo è invece tutto un altro paio di maniche. Provate a cercare sui siti dei maggiori quotidiani italiani: mai un bando, mai l’annuncio di nuove assunzioni, spesso manca addirittura un indirizzo mail apposito per inviare curricula, quando non compare in modo spietato l’avviso esplicito a non importunare la redazione con scoccianti richieste di lavoro. Come si fanno allora le nuove assunzioni (quando se ne facevano: oggi, con la crisi, il settore è completamente in ginocchio)? Semplice: amici degli amici, nepotismo, raccomandazioni. Prendete i cognomi dei principali giornalisti italiani e confrontateli con quelli di 30 anni fa: sono tantissimi quelli che ricorrono.

Quando c’è di mezzo il giornalismo pubblico, dove ci sarebbe l’obbligo di una maggiore trasparenza, le cose non cambiano di molto. Il 28 giugno scorso, per esempio, Rai e Usigrai avevano siglato un accordo per reclutare 35 “nuove risorse” dalle “scuole di giornalismo” e altre 40 tra i giornalisti interni all’azienda, ma “utilizzati con altra qualifica o forma contrattuale”. Infine, all’articolo 2 era scritto: “L’Azienda avvierà entro settembre un’iniziativa di selezione pubblica per future esigenze di nuovo personale giornalistico”. A tutt’oggi, però, del concorso non si sa assolutamente nulla. Le trentacinque “nuove risorse”, tuttavia, sono state individuate tra gli ex allievi della Scuola di Perugia, chiamati direttamente a lavorare in Rai senza alcuna selezione.

Proletariato culturale

La corsa al tesserino si basa del resto su una erronea percezione della dimensione economica della professione. Molti dei centomila operatori dell’informazione vanno, infatti, a ingrossare le fila di un vero proletariato culturale. Il giornalismo è in effetti uno dei settori in cui più è diffuso il precariato e il lavoro sommerso. Soltanto nel dicembre 2012 la Camera ha approvato la legge sull’equo compenso per i giornalisti freelance e i collaboratori autonomi, ma ancora oggi non si vedono risultati concreti e i giornali locali (ma anche quelli nazionali) sono pieni di collaboratori pagati 10 o 5 o addirittura 3 o 2 euro ad articolo. I lavoratori dipendenti, oggi, sono circa 19 mila, gli autonomi 28 mila. La media generale delle retribuzioni è di circa 33.500 euro all’anno, ma è di 62.459 per i dipendenti e di 11.278 per gli autonomi. In pratica, sul totale degli iscritti all’Ordine, meno di un giornalista su cinque ha un contratto a tempo indeterminato.

Un settore sovvenzionato

Un altro degli aspetti controversi del giornalismo italiano è il fatto di gravare fortemente sulle casse dello Stato a causa dei contributi pubblici all’editoria. Si calcola che dal 1990 a oggi, i giornali italiani abbiano ricevuto circa 850 milioni di euro di contributi pubblici. Nel 2011 lo Stato ha speso circa 80 milioni di euro in fondi per l’editoria. Circa 40 milioni in meno rispetto al 2010. Il contributo diretto stimato per l’anno prossimo è sui 67 milioni di euro. Sul sito del governo italiano sono consultabili, nel dettaglio, i finanziamenti erogati fino al 2011. Vi troviamo testate note come Il Manifesto (€ 2.598.362,85), Il Foglio (€ 2.251.696,55) o Avvenire (€ 3.796.672,83). Stupiscono di più i 691.110,82 euro percepiti da Il Romanista. O le alte cifre destinate a giornali locali come la Voce di Romagna (€ 1.587.723,78) o il Quotidiano di Sicilia (€ 1.420.055,25). Per non parlare delle somme folli destinate ai giornali per gli italiani residenti all’estero: lo Stato spende € 1.948.145,56 per informare gli italoamericani attraverso America Oggi o € 1.266.106,40 per il Corriere Canadese destinato agli italiani in Canada. Consola, se non altro, che Buddismo e Società abbia percepito solo € 21.141,50 e che Italia Ornitologica costi al contribuente appena € 27.783,87.

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Uno studio del 2011 del Reuters Institute for the study of journalism dell’università di Oxford ha dimostrato che in realtà lo Stato italiano spende in media 15 euro all’anno per abitante per sostenere i giornali. La Finlandia è il Paese che elargisce la quantità maggiore di fondi pubblici (59 euro annui per abitante), seguono la Francia (20), appunto l’Italia, poi la Gran Bretagna (12), la Germania (6,4) e gli Stati Uniti (2,6). Nella classifica l’Italia è terza, ma ha un ritorno irrisorio in termini di nuovi lettori. Il nostro Paese è risultato infatti ultimo nella graduatoria per copie vendute ogni 1.000 abitanti: 103. In Finlandia sono 483, in Francia 152, in Germania 283, nel Regno Unito 307 e negli Usa 200. Al di là della demagogia che spesso regna sull’argomento, il finanziamento pubblico ha comunque una sua ratio: si tratta di garantire il pluralismo delle idee e la diversificazione dell’offerta culturale, che non può essere lasciata unicamente in balia del mercato. Gli esempi citati sopra mostrano tuttavia che non è il finanziamento in sé, ma le modalità con cui esso viene erogato che destano perplessità. Mentre testate storiche chiudono, infatti, quotidiani che nessuno conosce o che trattano di argomenti surreali e ultraminoritari continuano a ricevere sovvenzioni statali.

Interessi e corruzione

A quali interessi rispondono le principali testate italiane? In Italia non esiste la figura, tipicamente anglosassone, dell’editore puro, ovvero dell’imprenditore che opera esclusivamente nell’editoria. Tutti i padroni dei giornali, di fatto, fanno principalmente altro. Nello specifico, Repubblica risponde al gruppo L’Espresso, cioè al discusso Carlo De Benedetti. Il Corriere fa parte del gruppo Rcs, di proprietà dei principali operatori finanziari, bancari e industriali italiani. Il Messaggero e tutta una serie di giornali locali sono del gruppo Caltagirone. Fiat è la proprietaria de La Stampa. Confindustria, l’associazione degli industriali, possiede invece Il Sole 24 ore. Il Giornale è di proprietà della famiglia Berlusconi.

Tutto ciò limita di molto l’indipendenza politica dei giornali italiani. Ma attenzione: oltre al condizionamento degli editori, i giornalisti italiani sono anche preda di una corruzione diffusa a livello individuale. Enrico Mentana, ex direttore del Tg5 e attuale direttore del Tg di La 7, uno dei volti più noti della tv italiana, ha così raccontato questo fenomeno: «Il capo delle relazioni esterne dell’Alitalia e il capoufficio stampa della Fiat erano il santo graal più inseguito dalle redazioni italiane a metà degli anni 80. Dal Manifesto al Giornale. Mammelle ausiliarie. Il tornaconto era reciproco. Sa com’è, per derogare al rigore bisogna essere in due […] A metà degli anni 80 in redazione girava una battuta. […] Invece di chiamare la Hertz telefonate all’ufficio stampa della Fiat. Ma magari la Fiat di allora fosse stata la Hertz. Alla Hertz le macchine le paghi. L’abitudine al comodato gratuito invece era generalizzata. I miei colleghi prendevano macchine in prestito senza pagare. Una cosa ridicola, francamente ridicola. Un altro tipo di commercio a chilometri zero. I giornalisti sono stati e sono ancora una categoria “disponibile”. Senza dubbio […]. Per anni i cronisti di moda e quelli che si occupano di sanità sono stati scorrazzati gratis in giro per il mondo. Venivano perfino inviati a spese delle case farmaceutiche ai congressi sulla lotta contro l’Aids […] Se non usi passaggi aerei non devi dire grazie a nessuno. Invece nel silenzio generale di Fnsi, Ordine e Rai assistiamo ogni anno a campionati di sci per i giornalisti, a tornei di tennis e sagre senza mai aver letto un richiamo netto: “È vietato prendere auto in prestito”. O sbaglio?».

Casta grande mangia casta piccola

Ruotolo_Sandro_fb--400x300Questo aspetto non è in contraddizione con quanto si diceva sopra circa il proletariato dell’informazione. Diciamo il giornalismo è a due velocità. Sopra la gran massa dei giornalisti pagati miseramente, che svolgono un lavoro oscuro, esiste una vera e propria casta colma di privilegi e di fatto intoccabile. A costoro, il senso di onnipotenza gioca a volte brutti scherzi. Basta ricordare quello che successe a margine della strage di Brindisi del 19 maggio 2012. Fra i primi cronisti giunti sul posto ci fu Sandro Ruotolo. Seguendo le indagini, il noto cronista progressista si lasciò andare a una serie di indiscrezioni su internet in un momento in cui l’identità del responsabile era ancora ignota. Su Twitter, Ruotolo scrisse: «Il cognome sarebbe Strada. Il sospettato si chiamerebbe Claudio». Poi altri dettagli: «Quartiere popolare. Lui mano offesa. Vive con il fratello e una signora. All’ultimo piano di un palazzo. Edilizia popolare». Infine, venne messa sul social network una fotografia del palazzo in cui abitava il presunto killer. Poi, però, le indagini appurarono che quella bomba era stata messa da tutt’altra persona. Un anno e mezzo dopo, non risulta che contro Ruotolo siano stati presi provvedimenti dall’autorità giudiziaria o dall’Ordine dei giornalisti.

Insomma, una parte del giornalismo italiano pensa di poter fare e dire tutto ciò che vuole impunemente. In realtà i limiti al diritto di cronaca sono stati sanciti da una sentenza della Corte di Cassazione del 18 ottobre 1984, insegnata nelle scuole di giornalismo con il nome di “sentenza decalogo”, proprio perché si ritiene che essa dica tutto quel che c’è da dire su cosa si può e cosa non si può dire. Per la Cassazione, il giornalista deve sempre attenersi a tre principi: “utilità sociale dell’informazione”, “verità dei fatti esposti e “forma ‘civile’ della esposizione dei fatti”. Il tribunale fa di più, entrando nel merito di ciò che il giornalista esplicitamente non può fare. Non può, per esempio, dire una verità incompleta o utilizzare alcune forme espressive lesive della dignità delle persone. Ovvero non può sottintendere accuse senza formularle in modo esplicito (“sottinteso sapiente”), non può operare “accostamenti suggestionanti”, citando in un articolo fatti slegati dalla notizia principale ma lasciando intendere che un legame in fondo vi sia, non può ricorrere “al tono sproporzionatamente scandalizzato e sdegnato”. Chi legga quotidianamente i giornali italiani può ben rendersi conto di quanto queste regole siano ogni giorno calpestate

Tale onnipotenza di fatto trova un limite solo quando quella giornalistica si scontra con una lobby più forte. Una è per esempio quella dei magistrati, che in Italia hanno un potere abnorme. Se andiamo a vedere le (poche) storie di giornalisti italiani che sono finiti in carcere o hanno rischiato di andarci, vediamo che spesso c’entrano degli scontri con i magistrati. L’ultimo caso è quello del direttore del Giornale, Alessandro Sallusti, condannato a un anno e due mesi di carcere e a 5000 euro di pena pecuniaria, per diffamazione a mezzo stampa, per aver pubblicato sul suo quotidiano la notizia (falsa) che un giudice di Torino avrebbe costretto una ragazza ad abortire. Il Presidente della Repubblica in persona ha commutato la pena in una multa pecuniaria. Ma in passato, fra i pochissimi giornalisti che in Italia sono seriamente finiti nei guai, ricordiamo anche Vincenzo Sparagna e Valter Vecellio, della rivista satirica Il Male, condannati a due anni e mezzo per il testo di una vignetta sulla magistratura scritto nel 1979. O Lino Jannuzzi, condannato a due anni e cinque mesi per articoli ritenuti diffamatori sui magistrati che si occuparono del caso Tortora. Va citato anche Giovannino Guareschi, condannato nel 1950 per vilipendio al Presidente della Repubblica Luigi Einaudi e nel 1954 per diffamazione dell’ex Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi. Guareschi scontò 409 giorni di carcere. Come si vede, i giornalisti che finiscono nei guai sono quelli che danno fastidio a chi è più potente di loro. Ma per il normale cittadino, quella giornalistica resta una casta onnipotente, privilegiata e capricciosa.

Giuliano Lebelli

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