Libia incursoriRoma, 4 mar – Cinquanta uomini del IX reggimento d’assalto incursori paracadutisti “Col Moschin” sarebbero pronti per partire per la Libia sotto il comando dell’Aise per effettuare le prime missioni di controinsurrezione e raccolta di informazioni nel quadro della lotta all’Isis e del futuro intervento di terra.

L’indiscrezione è trapelata ieri dalle pagine del Corriere della Sera, ripresa da altri quotidiani, ma ancora non c’è nessuna conferma ufficiale. Le operazioni di un reparto militare sotto il comando dei Servizi Segreti è resa possibile da un emendamento del 22 luglio scorso proposto dal presidente della Commissione Esteri e Difesa, Nicola Latorre, alla Legge Quadro sulle Missioni all’Estero che attribuisce al Presidente del Consiglio il potere di emanare, per decreto, in caso di crisi o di emergenza, delle misure straordinarie che permettono alle forze di intelligence (essenzialmente l’Aise) di effettuare interventi di contrasto all’estero per ragioni di sicurezza nazionale; in particolare in questo emendamento è contemplata la cooperazione diretta della Difesa in operazioni speciali. Durante il periodo in cui reparti dell’Esercito vengono utilizzati per compiti di intelligence, questi godono di un particolare status che li accomuna a tutti gli effetti a degli agenti dei Servizi, quello che viene chiamato “distacco operativo”: gli operatori delle Forze Speciali quindi beneficiano delle stesse garanzie funzionali di un agente operativo, come la clausola di non punibilità per gli eventuali reati commessi durante la missione e la possibilità, da parte dell’esecutivo, di opporre il Segreto di Stato alle eventuali indagini della magistratura. Al termine della missione i militari rientrerebbero nei ranghi recuperando a tutti gli effetti il proprio status precedente.


Il “Col Moschin” ed il Goi (Gruppo Operativo Incursori) rappresentano il non plus ultra delle Forze Speciali italiane e si pongono tra le migliori del mondo. Il Comsubin recentemente ha diplomato 6 nuovi incursori nella caserma del Varignano a La Spezia: sei uomini rimasti su 28 che hanno iniziato il corso di 11 mesi, tra i più duri del mondo. In particolare ci preme sottolineare come alcuni membri del Goi, oltre ad essere impegnati in Iraq, Afghanistan e Senegal, siano presenti sulla fregata tipo FREMM “Margottini” che incrocia davanti alla Libia, e proprio un team del Goi sarebbe partito a fine gennaio per avvicendare gli incursori imbarcati. Non abbiamo prove certe, non ce ne sono mai quando si parla di missioni speciali, ma questo ci fa pensare che unità del Goi stiano per operare, se non addirittura stiano già operando, in Libia sempre sotto lo status particolare di “agenti segreti” come da emendamento Latorre; del resto lo stesso Capo di Stato Maggiore della Marina ha ammesso che, dopo la diminuzione dell’impegno in Afghanistan, le unità saranno “ricondizionate” per l’impiego in terra d’Africa.

Le nostre unità raggiungeranno quelle francesi ed inglesi che operano da mesi nella regione; in particolare i francesi sono stati i più attivi nella zona di Sabratah, Ajdabaiya e Sirte dove si sono riscontrati anche sorvoli di cacciabombardieri, presumibilmente d’oltralpe, a più riprese tra il 14 ed il 15 novembre scorso. Come riferisce a Rid una fonte del Dgse (Direction Générale Sécurité Exterieure) “Lo Stato Maggiore francese sta studiando vari possibili scenari per condurre raid aerei nelle regioni di Sirte, Sabratah e Ajdabiya. La loro attuazione è solo questione di tempo. attacchi potrebbero essere ordinati dai vertici politici subito dopo l’insediamento di un eventuale governo di unità nazionale della cui costituzione si sta ancora discutendo. Anche se quest’ultimo non dovesse rivolgere richiesta esplicita in questo senso alle Nazioni Unite, tanto per legittimare il tutto, la Francia potrebbe benissimo farne a meno. Intanto anche gli Stati Uniti non sono rimasti spettatori: oltre alla ben nota storia dei droni a Sigonella, in questi mesi hanno effettuato diverse sortite sulla Libia per colpire bersagli dell’Isis come importanti depositi di armi e munizioni; si ricorda il bombardamento di Derna effettuato nella notte tra il 13 ed il 14 novembre scorso ad opera di una coppia di F-15 “Eagle”.

Il pericolo maggiore che si teme ora è che i terroristi del Califfato trovino rifugio nei paesi limitrofi sotto la spinta dei bombardamenti francesi e americani, come anche avvisa la stessa fonte del Dgse: “Si sentono ormai esposti a possibili strike occidentali”. Anche per questo i governi di Tunisi ed Algeri hanno rafforzato i dispositivi di sicurezza alle frontiere: l’Algeria in particolare ha schierato da novembre scorso un primo contingente di circa 10 mila uomini lungo il confine che la separa dalla Libia; contingente che ora è stato aumentato a circa 50 mila unità dislocate permanentemente anche al confine con Mali e Niger.

Si sta quindi dipingendo un quadro che lentamente assume i colori di una guerra sempre più aperta sebbene ci sia da rimarcare come, anche in questo caso, l’Italia stia arrivando dopo e a fatica rispetto ad altri “concorrenti”: troppo impantanati in beghe politiche interne e alle prese di una ricerca di consenso e legittimizzazione da parte della maggioranza delle forze politiche prima di effettuare una qualsiasi operazione militare, arriviamo sempre tardi anche quando dovremmo essere in prima linea trattandosi di un Paese come la Libia che è molto importante per noi, anche considerata la sua vicinanza al nostro territorio nazionale. I francesi, ben consapevoli degli interessi in ballo, sono anni che sono presenti e attivi in quella parte di nord Africa, tanto da permettersi di infischiarsene di una eventuale mancanza di autorizzazione da parte dell’Onu, come abbiamo avuto modo di vedere; del resto la “sveglia” dopo il Bataclan è solo un pretesto dato in pasto alle masse per giustificare un maggiore impegno in Libia. Viene da chiedersi quale sia, e se davvero vi sia, una linea strategica italiana considerando che abbiamo in corso alcune missioni internazionali sicuramente meno importanti rispetto all’impegno in Libia: ad esempio la missione Unifil in Libano, che vede impegnati un numero consistente di uomini e mezzi, ma soprattutto la missione in Iraq per la difesa della diga di Mosul (la cui ristrutturazione è stata affidata ad una ditta italiana), obiettivo sì strategico e importante, ma per gli interessi degli Usa e dell’Iraq, di certo non per noi. Piuttosto di difendere un’impresa che lavora all’estero, che potrebbe essere benissimo difesa da contractors privati se non dalle stesse forze irachene o americane, forse dovremmo pensare ai nostri interessi strategici in Libia, ovvero alle infrastrutture petrolifere, per la cui difesa l’Eni ha dovuto affidarsi a privati quando addirittura non si è trovata costretta a chiuderle. Vedremo quindi nei prossimi giorni come si evolverà la situazione, sperando che i giorni non diventino mesi e che non si trovi la solita soluzione cerchiobottista all’italiana, che renderebbe la missione “boots on ground” una specie di Viet Nam nella sabbia.

Paolo Mauri

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  1. non è coerente da parte della testata titolare “alla buonora”. Nei precedenti articoli si è sempre ribadito che affrettare i tempi non sarebbe stato intelligente, non si è mai fatto riferimento ad un incomprensibile ritardo nell’avviare le operazioni. Anzi sono stati criticati gli altri per aver messo a rischio la stabilità dei governi provvisori, intervenendo in Libia con truppe di terra. Non è coerente.

  2. Premetto di non far parte della redazione ma di essere solo un lettore.
    Se si leggono i precedenti articoli sul tema, si evince chiaramente che il PN abbia sempre auspicato un intervento italiano in Libia a difesa degli interessi strategici italiani, già preda di altri paesi occidentali.

    • infatti concordo ,se dovevamo intervenire prima a noi non era concesso, ma da buoni cagnolini ora è possibile sempre e solo per fare gli interessi di altri e mai i nostri come nel 2011 saremo complici di altri errori che hanno destabilizzato per sempre la Libia , l Iraq e tutta la serie di paesi che hanno distrutto con i bombardamenti a partire dall’ Italia alla Germania
      http://ita.vho.org/007kollerstrom.htm

      e via di seguito come la storia continua fino ad oggi

    • E anche io, pur da semplice lettore, sono d’ accordo con lei.

      Ritengo che non abbia molto senso, co fa il Sig. Marco, paragonare i precedenti interventi NATO di destabilizzazione a danno del governo di Gheddafi, con l’ attuale necessità di intervenire in modo sensibile a tutela dei nostri interessi, se non per favorire una ri-stabilizzazione della questione libica (per cui ci vorrà chissà quanto) almeno per evitare che USA e Francia (che stanno già intervenendo) portino definitivamente a compimento il danno iniziato anni fa, e per giunta sotto il nostro naso.

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