acccRoma, 26 nov – Cosa unisce una piccola frazione di appena 800 anime nel Comune di Poppi, nell’alto Casentino aretino, incastonata nell’Appennino tosco-romagnolo, come Badia Prataglia, ad una metropoli come Roma? Apparentemente nulla: nell’amena località toscana sono presenti appena dieci strade, a Roma decine di migliaia, eppure il punto in comune sta proprio qui. Anzi, di strade non vi è bisogno di cercarne molte, ne basta una. È via Antolisei di Roma, precisamente alla Romanina nei pressi dell’Università di Tor Vergata, che unisce la Capitale alla piccola Badia Prataglia. Detta così, il messaggio è criptico, ma effettivamente, ed più avanti spiegheremo meglio e dettagliatamente, una società con sede legale al civico 25 di questa strada rischia di cambiare il futuro – più o meno prossimo – della piccola comunità casentinese. Ed è da questa strada che è transitato il passato – questo si – prossimo, in quanto fatti di strettissima attualità, di periferie esasperate, in fiamme.

Ma entriamo nel merito della questione. Sappiamo tutti che i rifugiati minorenni fatti uscire dal Centro di accoglienza “Un sorriso” di Tor Sapienza dopo le proteste di popolo, sono stati accolti all’Infernetto, nella struttura “Le betulle”, nuovissima e destinata alla cura e degenza di malati di Alzheimer. La struttura è gestita da “Domus Caritatis soc. coop. a r.l.” con sede legale proprio in via Antolisei, 25.

In questo gioco di intrecci, infatti, la storia purtroppo rischia di essere sempre la stessa, anche a Badia Prataglia. La prefettura aretina ha infatti ritenuto buona cosa accogliere la proposta di un ex albergatore badiano, ritenendo la sua struttura, ormai chiusa, idonea ad accogliere cento tra le migliaia di immigrati di Mare Nostrum. Il rapporto sarebbe quindi di un immigrato ogni 8 abitanti. Che importa se la maggior parte dei badiani si sposta altrove nelle ore diurne per lavoro, lasciando nelle case solo gli anziani e i bambini? Assolutamente niente. Il prefetto, dopo la protesta della quasi totalità dei badiani sotto il palazzo del Governo di Arezzo, ha ritenuto opportuno precisare che sarà comunque sua la discrezionalità, mettendo in guardia i cittadini – che aspettavano risposte anche dal loro sindaco latitante – dalle solite trite e ritrite “infiltrazioni neofasciste e xenofobe”. Però il prefetto, negli ultimi giorni, ha riveduto le sue posizioni, passando da un “il pallone è mio e ci gioco solo io” a dichiarare che a Badia Prataglia andrà un numero congruo di immigrati. Un parziale dietrofront quindi, forse dovuto all’interrogazione parlamentare dell’On. Grimoldi (Lega Nord)? Eh si, sembrerebbe proprio che le sempre valide “infiltrazioni neofasciste e xenofobe” abbiano questa volta rotto le uova nel paniere di qualcuno, non solo del prefetto aretino, che, dopo le sue dichiarazioni sprezzanti, è stato costretto finalmente ad ascoltare la volontà popolare. Anche a qualcun’altro però sembra che sia andata male, cioè ancora una volta troviamo quell’indirizzo, via Antolisei 25, ancora la “Domus caritatis”, che si è aggiudicata l’affare tramite la vittoria della gara d’appalto.

Ma cos’è la “Domus caritatis”? Per rispondere non si può prescindere dal tenere bene a mente il solito indirizzo che sarà il fulcro attorno al quale si impernia l’intera vicenda.

Per rispondere, anche noi abbiamo dovuto faticare per svelare l’arcano, in un singolare intreccio di società cooperative con la famosa forma delle scatole cinesi. Ad oggi Domus è consorziata con altre tre coop, le Tre fontane, OSA Mayor e la Mediterranea. Nome del Consorzio è Casa della solidarietà, sede legale, neanche a dirlo: il 25 di via Antolisei, Roma. Allo stesso indirizzo troviamo due colossi della ristorazione collettiva e catering, Vivenda e la Cascina, anch’esse coop. Nel 2004 Giovanni Di Capua, nel suo libro “Delenda Dc”, descrive le Cooperative come vicine a Comunione e Liberazione: “Sin dai tempi della segreteria Piccoli, vicesegretario De Mita, a Cl aveva petulantemente chiesto (e in parte ottenuto) di accreditare una sua cooperativa, La Cascina, nel mercato dei servizi di ristorazione. Non c’era alcunché di illecito: solo che La Cascina, non contenta di essere stata ammessa nella mensa universitaria romana, intese proporsi anche per l’affidamento del servizio di mensa autogestito dall’ente comunale di consumo per i numerosissimi dipendenti del comune, retto dal democristiano Pietro Giubilo. Dietro quei servizi, come altri organizzati presso enti pubblici, proliferavano interessi economici d’ogni sorta”. Ma Domus caritatis è nota soprattutto per essere nata come costola dell’Arciconfraternita del Santissimo Sacramento e San Trifone, organo nato nel 1571 e rilanciato dal card. Ruini nel 1994, affidato a mons. Sigurani, che nomina presidente della Contraternita Francesco Ferrara, che ritroveremo poi nel ruolo di vicepresidente de la Cascina. Dirigenti interscambiabili tra loro, addirittura 27 lavoratori licenziati da Domus e riassunti immediatamente da Vivenda come una specie di passamano, banner pubblicitari vicendevoli nei rispettivi siti, progetti sviluppati in comune da presentare a pacchetto di servizi alle pubbliche amministrazioni in tutta Italia, la sensazione è proprio quella del principio dei vasi comunicanti.

E un po tutte le coop coinvolte hanno passato i loro guai: infatti la cooperativa Domus caritatis salì agli onori della cronaca a livello nazionale il 12 ottobre 2012 in un articolo di Michele Sasso e Francesca Sironi su “L’Espresso” dove si faceva luce sull’inchiesta di Save the children che scovò la truffa che la coop avrebbe elaborato falsificando l’età e la provenienza dei rifugiati. «[su 145 profughi accreditati come minori intervistati] più di cento erano palesemente maggiorenni», denunciava l’autrice del rapporto, Viviana Valastro: «Quelli che avevo di fronte a me erano adulti. Altro che diciassettenni. Non posso sbagliarmi». Non solo. «Molti di loro erano in Italia da tempo, non da pochi mesi. Alcuni arrivavano dagli scontri di Rosarno». Anche il presidente della commissione capitolina per la sicurezza, Fabrizio Santori, esponente del Pdl, ha dovuto occuparsi di Domus Caritatis. La cooperativa infatti gestiva una comunità che dava grossi problemi al vicinato, da cui arrivavano continue proteste. Santori l’ha visitata e si è trovato davanti ad alloggi di 35 metri quadri abitati da 10 persone. Peggio che in un carcere.

De La Cascina si comincia a parlare già nel 2003 quando i magistrati della Procura di Bari emettono dieci provvedimenti restrittivi nei confronti dei responsabili della società di ristorazione. Cinque dirigenti de La Cascina barese e tre fornitori della Cooperativa finiscono agli arresti domiciliari. A due dirigenti della sede centrale di Roma, invece, viene interdetta l’attività d’impresa. Tra gli arrestati finisce anche un ispettore dell’ufficio di qualità. L’accusa è abbastanza pesante: dal 1999 La Cascina avrebbe somministrato a scuole ed ospedali baresi cibi scaduti, putrefatti o con alta carica batterica.
“Spesso – scrivono i magistrati nell’ordinanza – i cibi sono stati stoccati e manipolati in locali e con attrezzature prive dei minimi requisiti di igiene”. Il tutto poi “approfittando di circostanze di persona (malati in età infantile ricoverati negli ospedali) tali da ostacolare la privata difesa”. Inoltre i magistrati accusano gli indagati di irregolarità nell’aggiudicazione degli appalti per la fornitura e somministrazione dei pasti, sostenendo che siano stati vinti grazie a false autocertificazioni presentate. La questione si chiuderà nel settembre del 2010 con 17 condanne (sui 32 imputati finiti alla fine a processo) per truffa e frode nelle pubbliche forniture più risarcimenti per danni morali e materiali al Comune di Bari, alla Asl, all’Adisu, al Codacons, all’Adoc e alla Federconsumatori da quantificare in sede civile.
Un episodio simile si verifica nella Capitale: “Il 3 novembre 1998 – scrive il comitato Lucchina e Ottavia in una lettera datata marzo 2012 – 182 bambini delle scuole Besso e Bertolotti, furono infettati nelle mense scolastiche dalla Salmonella. A distanza di otto anni, il giorno 21 aprile 2006, il Tribunale Ordinario di Roma condannava i responsabili della Cooperativa La Cascina “alla pena di 4 mesi di reclusione e 50 euro di multa oltre al pagamento delle spese processuali”. Il 27 novembre 2007 la Corte d’Appello di Roma dichiarava di “non doversi procedere nei confronti degli imputati per i reati loro ascritti per essere estinti per prescrizione’ e li condannava al pagamento di circa 9mila euro a favore delle parti civili”. Il reportage di Repubblica del 16 ottobre 2013, a cura di Raffaella Cosentino, svela al grande pubblico sempre le solite coop, quindi la Cascina, il consorzio Casa della solidarietà, assieme a molte altre associazioni come la Senis Hospes di Senise (Pz) che ha come presidente Camillo Aceto, ex vicepresidente di Cascina ai tempi dello scandalo barese poi assolto per prescrizione in primo grado, unite nel gruppo Sisifo, ulteriore sottogruppo del gruppo Lampedusa accoglienza, composto da una miriade di sigle trasversali, da CL a LegaCoop, da ConfCooperative a Caritas e Croce rossa, per partecipare alla gestione di emergenza dei Cara di Lampedusa nei periodi di massimo flusso migratorio. Un giro di affari enorme, tra sovraffollamenti bestiali delle strutture, norme igieniche inesistenti, servizi alla persona non erogati e incarichi diretti senza gara d’appalto grazie allo stato di emergenza tra il 2011 e il 2012 nel Cara di Mineo (Ct), dove ancora il RTI (Raggruppamento temporaneo imprese) vede convergere interessi comuni tra società di LegaCoop e di Comunione e Liberazione.

In rete si trovano decine e decine di reportage analoghi che hanno come oggetto le cooperative in questione, come quello del 2009 di Black&White (associazione del terzo settore operante nell’assistenza dei migranti), che svela conti da capogiro e modus operandi della Confraternita nella capitale, che arriva a gestire, spesso con affidamento diretto causa emergenza, grossi appalti di strutture di accoglienza e di servizi alla persona, fino ad arrivare ad essere la società leader del settore, gestendo direttamente circa la metà delle strutture di Roma, usando anche metodi tentacolari per entrare nei nuovi settori di business come quello dell’emergenza abitativa, non esitando a ricorrere a sgomberi di appartamenti occupati per poi prestare i suoi servizi caritatevoli di accoglienza.

Concludendo possiamo notare come determinati ambienti curiali, di sacrestia appunto, siano sempre pronti ad accogliere i flussi di disperati dal sud del mondo, totalmente incuranti della situazione sociale del paese che ospita. L’Italia è al collasso sociale, ma ambienti clericali ed ideologici spingono ad accogliere tutti, indistintamente. Sono pronti a turbare un equilibrio delicato e sensibile come quello di un gruppo di anime in mezzo agli Appennini, pronti a far scoppiare quei secolari rapporti di mutua vicinanza che contraddistingue i nostri piccoli centri e le nostre borgate. Pronti a generare il caos in situazioni di ordine naturale. Per cosa? Carità cristiana? Si, ma pecunia non olet, oggi più che mai.

Alessandro Pallini

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