Br7ni5BIgAAAl8c[1]Salerno, 7 lug – “Ho scelto Filosofia, perché potrei comunque continuare a insegnarla anche senza dover scrivere. Ma devo far presto a laurearmi. Devo assolutamente riuscirci prima di diventare cieco”. Così, Carlo Falvella, presidente del Fuan (organizzazione universitaria vicina al Movimento Sociale) spiegava la sua scelta di inscriversi alla Facoltà di Filosofia. Falvella, infatti, dopo tre interventi chirurgici agli occhi, a detta dei medici, entro i trent’anni sarebbe diventato cieco. Ma ad interrompere la sua carriera universitaria e il suo impegno civile non fu la sua malattia agli occhi ma il coltello dell’ anarchico Giovanni Marini.

Partiamo dal contesto per arrivare ai fatti. Siamo nel luglio del 1972, il movimento del 68 era alle spalle e le violenze tra rossi e neri non avevano ancora raggiunto il livello degli anni di piombo. Salerno poi, non era Milano o Roma. Una situazione, dunque, tutt’altro che pericolosa. Ma qualcosa il sette luglio di quell’anno andò storto. Sul lungomare di Salerno intorno alle 19:30 Carlo Falvella e Giovanni Alfinito ebbero un primo diverbio con l’anarchico Giovanni Marini e il suo amico Gennaro Scariati. Come succedeva in questi casi, volavano parole grosse, al massimo qualche schiaffo e tutto finiva lì. Invece stavolta gli anarchici e i fascisti si sarebbero incontrati di nuovo due ore dopo. Ma stavolta gli anarchici erano in tre, e Marini era tornato a casa per procurasi un bel coltello. I fatti vennero raccontati in mille modi. L’unica certezza è che ad essere ferito a morte fu Carlo Falvella che si ritrovò nell’addome il coltello del Marini. Trasportato d’urgenza all’ospedale morì durante l’intervento. Non ci volle molto per trovare il colpevole: Giovanni Marini si consegnò e confesso tutto da subito.

Fino a questo momento sembra la storia di una rissa finita male. Ma, il bello viene nei giorni successivi. Iniziamo dalle dichiarazioni dei comunisti per arrivare alla sinistra extraparlamentare passando per il Psi. L’8 luglio la federazione salernitana del Pci si espresse così: “La federazione comunista salernitana esprime il proprio profondo cordoglio per la giovane vita stroncata e lo sdegno e la condanna più netta per il ricorso alla violenza”. Lo stesso giorno il comunicato di Continua così recitava: “Le provocazioni fasciste ci sono, e crescono, e il problema concreto urgente che pongono è quello della risposta militante che, cinquant’anni fa come oggi, rappresenta l’unica possibilità per proletari e compagni“. I socialisti, invece, non espressero alcun rammarico per la morte di Falvella. Il Psi era, infatti, il quartier generale del troskismo italiano. In sintesi, i partiti della sinistra, anche se con qualche sfumatura, convergevano sul fatto che Falvella quella coltellata se l’era cercata.

Ma il vero sostegno non si limitò alle parole ma si organizzò in maniera più strutturata. L’associazione Soccorso Rosso militante guidata da Dario Fo e Franca Rame assicurò l’assistenza legale al povero accoltellatore. Addirittura nonostante il Marini fosse reo confesso volevano che fosse assolto con formula piena. Bisogna dire che ci andarono vicino. La condanna fu mite. Il reo alla fine se la cavò con una pena di nove anni di detenzione, anche se ne scontò solo sette.

Dopo quella sentenza il Comitato anarchico in difesa di Marini di Firenze fece pubblicare un pamphlet dal titolo “Se scappi ai fascisti ci pensa lo Stato”. L’avvocato della difesa Giacomo Mele noto esponente missino pubblicò rispose con un testo dal titolo eloquente: “Marini, una marionetta del sistema“.

Per capire chi aveva ragione basta dare uno sguardo a coloro che militavano in Lotta Continua. Facciamo qualche nome: Paolo Cento, Enrico Deaglio, Erri De Luca, Gad Lerner, Paolo Liguori e tanti altri.  Non solo nel libro Cuori Neri di Luca Telese si cita un intervento di un altro difensore di Marini: tale Michele Santoro, maoista salernitano. Il noto giornalista afferma: “Giovanni era esasperato, perse la testa. Per questo andò a casa, prese il coltello e successe quello che successe”. Come si potrà notare sono tutte persone che hanno subito una lunga ed  impietosa persecuzione da parte dello stato. Diventerete tutti notai!”, ripeteva Eugéne Ionesco ai contestatori durante il Sessantotto francese. Ovviamente si sbagliava. Sono tutti giornalisti!

Salvatore Recupero

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Salvatore Recupero

Nato a Barcellona Pozzo di Gotto nel 1980 e cresciuto a Furnari in provincia di Messina. Vive a Roma dove ho conseguito due lauree: una in Scienze dell’Amministrazione presso l’Università La Sapienza e l’altra in Editoria e Giornalismo con una tesi sul “giornalismo multimediale” presso la Lumsa. Dodici anni fa ha iniziato a collaborare con alcuni periodici occupandosi di politica interna ed internazionale. Da studente universitario ha affiancato alle collaborazioni giornalistiche l’attività di consulente marketing ed editing per la Casa editrice Nuove Idee. Dal dicembre 2013 la sua attività giornalistica è focalizzata principalmente su tematiche economiche e finanziarie per Il Primato Nazionale.

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