trans cisRoma, 1 lug – L’ultima follia in tema di genere e identità sessuale arriva dall’Inghilterra, dove il Dizionario Inglese di Oxford, storica pubblicazione della Oxford University Press, ha lanciato una nuova, inutile categoria sessuologica, quella dei “cisgender”. Ovvero coloro che si sentono a proprio agio con il sesso e il genere che gli sono stati attribuiti alla nascita.

Cioè, in sostanza, le persone normali. Solo che così non si può dire per questioni di correttezza politica, e allora arrivano i “cisgender” da contrapporre ai “transgender”, come se fossero due opzioni equivalenti, come se la normalità andasse sociologizzata e trasformata in una nicchia tra le altre.

Commenta compiaciuto L’Espresso: “Classificando anche chi è ‘cisgender’, infatti, non esisterebbero più i ‘diversi’ (i transgender) contrapposti alla generalità delle persone ‘normali’ e pertanto prive di un termine di riferimento, ma due categorie perfettamente alla pari”.

È curioso come nella prestigiosa università di Oxford – o se è per questo nelle autorevoli redazioni che danno soddisfatte la notizia – non ci sia mai qualcuno che a sentire queste notizie si alzi in piedi e ribadisca l’ovvio: ovvero che la normalità esiste. La parola crea problemi perché si confonde la mera constatazione di un dato di fatto con un giudizio di valore morale.

Ora, l’eterosessualità e il “cisgenderismo” sono oggettivamente normali, sia statisticamente (la percentuale di individui omosessuali nella società varia dal 2 al 6% a seconda delle statistiche, mentre la “disforia di genere” riguarda un maschio ogni 10-30mila e una femmina ogni 30-100mila a seconda degli studi) sia biologicamente (in una specie che si riproduce sessualmente l’atto sessuale eterosessuale non è un atto qualsiasi fra gli altri possibili).

Inferire da questo che gli eterosessuali sono “migliori” in un qualche senso morale è ovviamente arbitrario, ma è un problema che riguarda solo chi non riesce a pensare se non in termini morali. La normalità, nel senso in cui la usiamo, non esprime giudizi di valore. Normale non significa “più bravo”, significa che un dato comportamento rappresenta la norma.

Per esempio i kamikaze giapponesi non erano affatto la norma nella loro società, dato che erano una esigua minoranza e dato che il loro comportamento, se esteso genericamente a tutta la comunità, avrebbe avuto esiti disastrosi, non di meno appaiono altamente stimabili a chi abbia un minimo di etica dell’onore.

Far saltare questi parametri di fondo, dare per scontato che tutto sia una scelta individualistica equivalente a qualsiasi altra e che quindi anche chi si trova perfettamente a proprio agio con il proprio sesso e il proprio genere debba problematizzare questa condizione, significa nel migliore dei casi dar luogo a un’operazione buffonesca. Nel peggiore, ancora non lo sappiamo, purtroppo.

Adriano Scianca

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2 Commenti

  1. Dopo la pulizia etnica di molti termini imparati a scuola e l’arrivo degli odiosi asterischi che dovrebbero annullare le identità di genere, siamo al segregazionsimo lessicale. Un tempo i neologismi li creavano i geni, oggi i disfunzionali per sottolineare quanto la presunta normalità sia in difetto in quanto biologica.

    Sono curioso di vedere come verrà tradotto in italiano.

  2. Dice bene l’articolo quando chiosa con:
    “scelta individualistica”

    E’ esattamente la chiave per capire il sistema in cui viviamo, quello che il sistema continua a suggerirci è esattamente un ulteriore estensione ideologica di quello che è già codificato in chiave economica, in pratica l’adattamento alla società sfrenatamente capitalistica in cui viviamo necessità di un individualismo sfrenato anche nella sfera privata … il risultato è la distruzione dell’etica, dello Stato e più in generale della società a tutto vantaggio di un futuro (in parte già attuale) villaggio globale post moderno dove tutto, dal sesso alla famiglia, dalla maternità al lavoro e financo agli affetti non deve diventare altro che una mera merce che si può vendere al mercato

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