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Oahu, 16 nov – “Se vuoi il massimo, devi essere pronto a pagare il massimo. Deve essere bello morire facendo quello che ami”. È la più famosa battuta di Bodhi, il surfista anarca interpretato da Patrick Swayze nel celebre film Point Break ed è forse la frase più adatta per ricordare Kirk Passmore, il 32enne re dei surfisti californiani, morto ieri nelle North Shore di Oahu, alle Hawaii. Alla ricerca dell’ultima onda, dell’onda perfetta, Passmore l’ha finalmente trovata nell’area dell’Outside Alligator, una delle più ricercate mete dei surfisti dell’arcipelago. Un’onda enorme, travolgente, spettacolare, che però non ha lasciato scampo. Per molte ore il mare ha trattenuto il corpo di Passmore, quasi lo volesse per sé, come a rivendicare anche solo per un momento il fatto che quell’uomo appartenesse più al regno di Poseidone che a quello terrestre. Infine lo ha restituito.

In molti ora criticheranno la sua incoscienza, definiranno addirittura stupido l’essere morti surfando, cercando di cavalcare un’onda troppo grande per tutti, lanciando una sfida contro se stessi e contro il mare. A criticare probabilmente saranno gli stessi che ai tempi hanno sentenziato scuotendo la testa di fronte alle tragedie di Marco Simoncelli e Ayrton Senna morti a tutta velocità in pista, gli stessi che magari pensano si dovrebbe vietare la folle Parigi-Dakar che praticamente ogni anno vede uno o più incidenti mortali. Gli stessi che magari hanno derubricato a sciocca la morte di Pietro Taricone che ha lasciato moglie e figlia piccola per la incomprensibile gioia di lanciarsi con un paracadute. Magari diranno che non è coraggio, è incoscienza. Sicuramente non si possono fare certe cose senza una grandissima dose di incoscienza, ma senza incoscienza probabilmente saremmo ancora nelle caverne a mangiare cibo crudo e fare graffiti sui muri. E comunque di coraggio di certo non può parlare chi rifiuterebbe a prescindere una sfida contro se stessi. Non si può vivere così vicini alla morte, direbbero, ben sapendo che Kirk Passmore avrebbe riso dicendo che non è vita finché non si guarda in faccia la morte e che di certo una vita così è molto più piena di una vita con la “moglie grassa e la pancera”.

Altri potrebbero ribattere, già con spirito più sano, che morire così è solo individualismo sfrenato. Passmore non è morto combattendo per un mondo migliore, non è morto cercando di far valere idee, la sua era una sfida del tutto personale, individuale. Forse addirittura nichilista. Ma pur sempre una sfida, mortale, verso i propri limiti, verso tutti i limiti, verso il mare. E quindi non meno degna di ricordo o di ammirazione. È stato pur sempre un voler trascendere dalla routine borghese tramite un’affermazione di se stessi e su se stessi, anche se in maniera anarchica e individuale. Pur sempre un voler liberare quel “Poseidone imprigionato nel bromuro” descritto in Summer 68 dei Gang Calavera, dedicata proprio agli anarchici surfisti. Quello stesso Poseidone che ha voluto per sé il corpo di Kirk Passmore, per rendere l’onore delle armi ad un grande sfidante del suo regno.

Carlomanno Adinolfi

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