nathanTre fratelli maschi, una madre che avrebbe voluto un quarto figlio, un’adolescenza di insicurezze. Questo il passato di Nathan Verhelst, l’uomo che ha prima deciso di cambiare sesso (Nathan era nato donna, con il nome di Nancy) e che, distrutto dal mancato giovamento delle operazioni per il suo benessere psichico, ha scelto di ricorrere all’eutanasia.

La storia viene dal Belgio, Nathan era nato in una famiglia fiamminga, sin da bambina aveva vissuto con difficoltà il confronto con i tre fratelli maggiori e il rapporto conflittuale con una madre che in quanto di sesso femminile non l’aveva accettato, ripetendogli spesso : “Se solo tu fossi un ragazzino!”. Nell’intervista rilasciata al quotidiano fiammingo Het Laatste Nieuws, prima di ricorrere all’eutanasia, Nathan racconta il calvario della scelta esistenziale senza ritorno, che non avrebbe garantito il riposo della sua anima. Da piccolo era costretto a dormire in uno sgabuzzino, il rapporto con i genitori non era idilliaco e i frequenti traumi psichici l’avevano spinto a cercare una nuova identità, trovata prima in un abbigliamento maschile, successivamente in un’attrazione per il sesso femminile e conclusasi nella scelta ultima di cambiare sesso. Era il 2009 quando Nathan decide di iniziare la terapia  ormonale , che sarebbe culminata nel 2012 nella ricostruzione dei genitali.

Le operazioni, lungi dal portare migliorie al suo stato d’animo, ne hanno devastato la già precaria tenuta, “invece di potere finalmente cominciare a vivere, mi sentivo imprigionato in un corpo che detestavo”, così Nathan commentava la sua nuova condizione.

Dalla disperazione il passo per la richiesta dell’eutanasia è stato breve ed è apparso il più sensato di un percorso esistenziale che non avrebbe mai avuto un lieto fine.

In Belgio l’eutanasia, legale dal 2002, è consentita sia per sofferenze fisiche che per sofferenze psicologiche insopportabili, così Nathan ha scelto di finire la propria esistenza con un’iniezione letale, aprendo una disputa di vaste proporzioni.

La possibilità di ricorrere alla “dolce morte” è, infatti, oggetto di un dibattito legislativo basato sulla possibilità di estendere il diritto ai minori.

La tragicità della storia di Nathan, per cui la voglia di chiudere gli occhi è stata più forte di qualsiasi altra decisione, si colloca in un ambito intricato, che vede il ricorso al pensiero del suicidio, molto più alto nella popolazione transgender rispetto a quella eterosessuale. Secondo un articolo pubblicato sulla Rivista di Sessuologia del C.I.S. (Centro Italiano di Sessuologia): “Essere transgender è un forte predittore di sintomi di suicidio”. Il raggiungimento di un certo ideale estetico, come ultimo baluardo di una democratizzazione dell’esistenza, lungi dal garantire anche una soddisfazione psichica, finisce spesso con ingabbiare maggiormente personalità già sofferenti.

Le preferenze degli individui, economicamente ritenute razionali, si trovano a dover convivere con una razionalità spesso indotta dai modelli socio-culturali imposti, così da peccare di quella lucidità che dovrebbe garantire la scelta ottimale.

Melania Fiori

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