Nei miei panni: quando l’Unar gioca con l’immigrazione

neimieipanni2Roma, 3 feb – Mi presento, sono Ahmed, 23enne perito meccanico tunisino, sposato ma senza figli. Sono in Italia grazie a un permesso turistico, per realizzare il mio sogno: tornare un giorno in Tunisia con abbastanza soldi da poter aprire una mia officina. Vi dico subito che non ci riuscirò, perché chi ha creato la storia della mia vita, ovvero l’Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali), ha deciso che debba essere a ogni costo vittima non solo di tutti i pregiudizi possibili e immaginabili, ma anche di un’improvvisa efficienza degli organi di controllo, di qualsiasi tipo e categoria, che riescono a multarmi appena metto piede su un mezzo pubblico, o mi fermo dieci minuti vicino a un semaforo. In realtà l’Unar ha deciso di crearmi anche un po’ rimbambito, non si spiega altrimenti come mai, pur lavorando come lavapiatti in un ristorante, il mio problema irrisolvibile sia quello di trovare un posto dove mangiare a poco prezzo.

Fossi davvero Ahmed sarei incazzato non poco con questi tipi dell’Unar, motivo per il quale, se devo mettermi nei suoi panni come richiesto dal “gioco”, deciderò io le regole. Ricominciamo quindi.

ahmed


Sono Ahmed, ho 23 anni e vengo dalla Tunisia, dove ho lasciato mia moglie, mia madre e i miei fratelli. Sono qui per guadagnare un po’ di soldi, abbastanza da permettermi di ritornare in Patria per aprire un’officina, e ce la farò a tutti i costi. Ho visto in tv Basboosa, così lo chiamavano, avvolto dalle fiamme; si è dato fuoco per protesta, o per disperazione, dopo che la polizia aveva sequestrato per l’ennesima volta la frutta e la verdura che vendeva per vivere. E’ morto dopo diciotto giorni di agonia e io, insieme a tanti altri miei fratelli, sono sceso in piazza. Non so dirvi bene perché l’abbiamo fatto, da cosa è nato veramente questo tumulto ma l’abbiamo fatto, per giorni, finché Zine El Abidine Ben Ali, il presidente Ben Ali, non è stato costretto a fuggire in Arabia Saudita. Credevamo di essere liberi, di poter avere un paese nuovo, ma non è andata così. Dopo tre anni abbiamo una nuova costituzione ma le violenze non si sono fermate, la povertà aumenta e ho deciso di venire qua da voi, in Italia, per dare un futuro alla mia famiglia. Guadagnerò quanto mi serve e tornerò in Tunisia: non importa come, ce la farò. Ditelo all’Unar che non mi fermerà certo un controllore sull’autobus.

Francesco Pezzuto

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