Quinta e ultima parte della nostra inchiesta sugli italiani costretti a fuggire all’estero
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Roma, 18 feb – Con una crisi che ha distrutto oltre il 20% del potenziale industriale del Paese, ci troviamo di fronte ad uno scenario analogo a quello di un dopoguerra, con esuberi di risorse umane rispetto al potenziale industriale attivo, pur in presenza di un deficit demografico.

Dal punto di vista dei paesi di destinazione, l’emigrazione qualificata soddisfa l’esigenza a breve termine del sistema economico dei paesi di arrivo, e risulta indispensabile, a anche per contenere il proprio deficit demografico: “Il che equivale a dire che il posizionamento internazionale di paesi che fino ad ora erano relativamente collocati su livelli simili, pur con differenziazioni importanti, può bruscamente e definitivamente variare in direzione di una ricollocazione nei livelli medio-bassi della divisione internazionale del lavoro (per l’Italia)”. (Ricci)

Nei paesi di partenza, se questo trend si consolida, inevitabilmente, ci si troverà di fronte, a medio termine, a ricadute negative: peggioramento dell’equilibrio demografico e carenza di competenze di medio-alto livello per lo sviluppo. La nuova emigrazione, può costituire grandi opportunità per i paesi di arrivo e un grande problema nazionale per quelli di partenza.

“Si può aggiungere un’altra considerazione riferita alla tipologia e, diciamo così, all’immaginario di questi nuovi migranti; da quello che sappiamo, questi giovani o relativamente giovani migranti non pensano a rientrare; non pensano neanche a costruirsi la casa in Italia, a prescindere dal grado di nostalgia che come ogni migrante provano; sono molto realisti: hanno molti dubbi che il nostro paese possa riproporre loro condizioni di lavoro e di vita dignitose o soddisfacenti a breve o medio termine. Se è così, si può essere certi che le agognate rimesse per contribuire al pareggio delle partite correnti e quindi alla diminuzione del debito, non vi saranno, o saranno molto irrisorie; difficilmente vi saranno le opportunità di sviluppo immobiliare finanziate nel dopoguerra in molte aree arretrate del paese, dai capitali degli emigrati. La nuova emigrazione è in effetti, il prodotto di un fallimento; sociale e politico. E’ l’incapacità di valorizzazione di un bene prezioso – e scarso – su cui si è investito, non di un bene in so-vrappiù demografico, e forse rimpiazzabile, come poteva ritenersi nel dopoguerra da un paese sconfitto (“imparate una lingua e andate all’estero”)”. (Ricci)

Sarebbe da esplorare un altro elemento che pure caratterizza questo nuovo ciclo migratorio italiano: il desiderio di andare via dall’Italia. Spesso, chi ora lascia l’Italia – specie i più giovani – non lo fa soltanto perché è costretto, per mancanza di lavoro o per l’impossibilità oggettiva di percepire uno stipendio dignitoso che consenta la programmazione del futuro. Chi emigra oggi lo fa anche perché è spinto da un contesto culturale e politico asfissiante, che non con-sente di intravedere un orizzonte di speranze, che brucia sul nascere perfino l’immaginario di un mondo e di una esistenza migliori.

Gli ultimi venti anni in Italia sono stati anche gli anni dei ripetuti grandi scandali di corruzione e di malaffare, gli anni della scoperta dell’inquina mento (anche ambientale) capillare del territorio da parte delle mafie, gli anni della diffusione molecolare dell’ideologia neoliberista, improntata sulla competizione, sull’apparenza, sul successo finanziario, sul trionfo dell’individualismo, del sessismo, del cinismo e della sopraffazione. Il tutto – va detto – giustificato e accompagnato dalla retorica del ‘merito’, nel cui orizzonte semantico e di senso è però cancel-lato ogni nesso sussistente tra ‘merito’ e privilegi di classe.

Questo quadro della nuova emigrazione è di alcune sue cause dovrebbe almeno chiarire che vi è già stata una sconfitta sociale e politica che è al tempo stesso la sconfitta del Paese nella sua interezza, sconfitta, che probabilmente terrà il paese sotto scacco per molto tempo: quella per la quale non risulta possibile fare gli investimenti sul capitale umano di cui il paese dispone.

“Lasciare andare milioni di persone, in questo momento, significa accettare il ruolo subalterno che qualcuno (le elite globali e le frazioni globalizzata del capitalismo nazionale) ha disegnato per noi, con l’abbaglio che possediamo alcuni settori “fuori mercato” che nessuno ci toglierà mai: beni culturali, turismo, gastronomia, design, ecc..” (Ricci)

Anche l’ipotesi, da diverse parti proposta, di dirigere l’emigrazione verso aree di potenziale interesse italiano, in Africa, in Sud America e nei paesi del mediterraneo, provando ad orientare i nuovi flussi di emigrazione verso destinazioni diverse da quelle prevalenti, senza quindi rafforzare i naturali competitori ma accedendo a posizioni strategiche in aree di nuovo sviluppo, con un investimento a lungo termine verso paesi emergenti che potrebbero cooperare in prospettiva con il nostro paese, alimentando lo sviluppo di queste zone, contribuendo a ridurre il divario nord-sud e anche riducendo la pressione immigratoria, sembra di difficile attuazione, soprattutto per il livello di attuali capacità politiche nazionali, e comunque tardiva, rispetto al posizionamento assunto in queste aree sia dalle potenze occidentali che dalla Cina, ed ora anche dall’ India.

Piuttosto la risoluzione del problema della nuova emigrazione e della cosiddetta fuga di cervelli, e anche di imprese, potrebbe derivare dalla decisa ripartenza di una politica economica ed industriale diretta a tutelare e valorizzare le produzioni locali, ad incentivare la nascita di nuove imprese, a deprecarizzare il lavoro, ad aiutare le innovazioni.

In Russia esiste una emigrazione degli intellettuali: si passa il confine per leggere e scrivere buoni libri. Ma così si fa in modo che la patria, abbandonata dallo spirito, diventi sempre più la bocca spalancata dell’Asia, che vorrebbe inghiottire la piccola Europa” F. Nietzsche

Gian Piero Joime

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