cnesilavoroPrato, 3 dic – Quando si dice “tragedia annunciata” non si è detto ancora nulla. La formula è abusata è rischia di vedere le reali responsabilità finire in un buco nero di indeterminatezza: è colpa “delle istituzioni”, “dei politici” o magari “della casta”. Il rogo di Prato, invece, ha va inquadrato in un contesto ben preciso, quello dell’installazione della comunità cinese nella cittadina toscana che le amministrazioni di sinistra della città hanno fortemente voluto.

Facciamo un passo indietro. Nel luglio del 2008 le magagne del “distretto cinese” di Prato tornarono alla ribalta. Le autorità del colosso orientale, tuttavia, non si limitarono a incassare con silente saggezza confuciana, bensì contrattaccarono: “Verso la fine degli anni ’80 l’industria tessile è andata in crisi, ha iniziato ad avere i primi problemi. Per risolvere questi problemi il sindaco di Prato di allora ha chiesto aiuto alla comunità cinese”, spiegò il console cinese Gu Honglin, addossando all’allora sindaco di Prato la responsabilità dell’arrivo in massa della comunità orientale: “E’ andato a Firenze, ha chiesto ai cinesi residenti di stabilirsi a Prato, ha offerto delle condizioni buone”. Claudio Martini, sindaco di Prato all’epoca di fatti contestati, smentì: “Non so a cosa si riferisca. Di certo nel periodo in cui io sono stato sindaco di Prato, da Pasqua 1988 fino al 1995, i fatti a cui fa riferimento il console cinese non sono mai accaduti”.

Se non è vera, la spiegazione del console cinese è almeno verosimile. Nel Regno Unito, per esempio, parte della sinistra ha già da tempo in corso un ripensamento critico delle proprie posizioni in materia di immigrazione, a partire proprio dalla consapevolezza di aver in passato colpevolmente assecondato l’arrivo di manodopera straniera. Già nel 2009 Andrew Neather, un ex consigliere di Blair, aveva confessato che il rovesciamento etnico della società britannica era stato programmato a tavolino dei laburisti per “mettere in difficoltà la destra sul tema della diversità”. Per Neather la sinistra avrebbe deliberatamente attenuato i controlli alle frontiere per “aprire il Regno Unito alle migrazioni di massa”. Più recentemente Edward Miliband, il leader del Labour Party in persona, ha ammesso che l’ultimo governo laburista non è stato “sufficientemente sensibile ai problemi della gente” sull’immigrazione e ha aggiunto di aver fornito “i numeri sbagliati” dei nuovi ingressi dai paesi dell’est Europa e di aver “sottovalutato l’impatto” di tale emergenza. L’ex Ministro alle Attività Produttive e consigliere di fiducia di Tony Blair, Peter Benjamin Mandelson, infine, ha ammesso: “Nel 2004, quando c’era il governo laburista, non solo abbiamo accolto la gente che veniva da noi per lavorare, ma abbiamo mandato anche organizzazioni alla ricerca di persone e le abbiamo incoraggiate, in alcuni casi, ad accettare un lavoro in questo Paese”.

In Italia è successa la stessa cosa? Se pensiamo alla notizia recente secondo cui la Cgil avrebbe aperto uno sportello a Tunisi per aiutarli a meglio emigrare, il dubbio diventa certezza. Fatto sta che la situazione di Prato, prima o dopo la tragedia, parla da sola: l’economia illegale cinese in città vale almeno un miliardo di euro l’anno, ovvero il 50% del giro d’affari globale di due miliardi di euro all’anno. In tutto parliamo di un esercito di almeno 30-35mila lavoratori di cui solo 12mila hanno un contratto. Tutto questo genera la più grande comunità cinese d’Italia in rapporto agli abitanti: 191mila residenti a Prato, di cui 16mila cinesi a cui si aggiungono i non-residenti, per un totale che supera i 40mila orientali.

Il tutto si basa largamente su evasione fiscale, schiavismo lavorativo, concorrenza sleale. Ma attenzione: questa non è una “degenerazione” frutto di “malagestione”, una eccezione da sanare con “più controlli”. Questa è, semplicemente, la globalizzazione. Non esiste un “volto buono” del neoliberismo, non ci sono politiche da riformare. È questo che regge in piedi il sistema, il male è strutturale. I dormitori fetidi e i turni massacranti sono la nostra economia, che vede semmai delle eccezioni proprio nei residui di economia artigiana, nelle piccole e medie imprese che tirano avanti nonostante tutto, negli imprenditori che non delocalizzano, nel ceto medio che supera senza difficoltà lo strangolamento fiscale, nei commercianti che ce la fanno. Tutto questo sta per finire. E allora sarà sì una vera “tragedia annunciata”.

 

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