Roma, 3 feb – “Vengono addestrati a riconoscere la distanza a vista, è la prima regola per un pilota dei marines. Non poteva compiere un errore del genere”, così riferisce un ufficiale americano in un’intervista sulla vicenda del Cermis. Confermando tra l’altro gli esiti dell’inchiesta militare americana: “La causa dell’incidente è stata un errore dell’equipaggio. Il pilota ha manovrato aggressivamente l’aereo, superando la velocità massima di 100 miglia all’ora e scendendo molto più in basso dei 1000 piedi di altezza. Lo schianto non è frutto del caso, perché l’equipaggio ha volato più basso e più veloce di quanto consentito”.

Era il 3 febbraio del 1998 quando un Grumman EA-6B, decollato da Aviano, tranciò i cavi della funivia che da Cavalese porta al monte Cermis. Morirono venti persone, tutte di nazionalità europea, mentre l’equipaggio col velivolo in avaria riuscì a tornare alla base. Sulle prime e malgrado le testimonianze, le autorità americane provarono a negare ogni responsabilità, finché la magistratura italiana pose l’aereo sotto sequestro, permettendo così di rintracciare un frammento di cavo su una parte danneggiata del mezzo. La dinamica divenne così incontestabile.

Da questo punto in poi partono due interessanti filoni, quello diplomatico e quello giudiziario, che intrecciandosi l’un l’altro porteranno l’Italia ad accettare supinamente la gestione dell’affare da parte di Washington. Una rappresentanza italiana fu inviata negli Stati Uniti con scarsi risultati: l’allora primo ministro Prodi tornò presto in Italia, con l’unica consegna di non far scaldare troppo gli animi dell’opinione pubblica contro la presenza americana ad Aviano. Di lì a poco infatti la base aerea sarebbe stata coinvolta in prima linea nell’intervento in Kosovo.

L’iter giudiziario fu ancora più indegno, soprattutto a fronte del rapporto investigativo firmato da Peter Pace, generale dei marines e Capo di stato maggiore: “Raccomando che vengano presi i provvedimenti disciplinari e amministrativi appropriati nei confronti dell’equipaggio e dei comandanti, che non hanno identificato e disseminato le informazioni pertinenti riguardo ai voli di addestramento. Gli Stati Uniti dovranno pagare tutte le richieste di risarcimento per la morte e il danno materiale provocato dall’incidente”. Il generale si riferisce a tutta una serie di falsità e depistaggi diffusi subito dopo l’incidente, dalla dinamica di rientro ad Aviano alla scomparsa del filmato di bordo, con cui l’equipaggio avrebbe voluto ricordare quella che doveva essere l’ultima missione in Italia. Senza poi contare i numerosi e inconsueti passaggi di mano dell’indagine.

In base ad accordi Nato i marines furono fatti rientrare e processati negli Stati Uniti; dei quattro inizialmente indagati, solo due finirono a processo: il pilota Richard Ashby e il navigatore Joseph Schweitzer. Nel marzo del 1999 furono assolti per la condotta del volo e condannati per aver ostruito la giustizia distruggendo il filmato; «L’ho fatto perché non volevo che alla Cnn si vedesse il mio sorriso e poi il sangue» riferirà in seguito Schweitzer. I due militari furono degradati e rimossi dal servizio, solo il pilota Ashby venne condannato a sei mesi di prigione, poi ridotti a quattro per buona condotta.

Neanche la vicenda dei risarcimenti ai familiari delle vittime merita di essere tralasciata: inizialmente stanziata dal senato americano, la somma di 40 milioni di dollari fu poi bloccata in commissione. Della cifra si fecero quindi carico le autorità italiane che, nel 2001, corrisposero effettivamente il risarcimento, in seguito coperto al 75% dagli Stati Uniti. Per farla breve gli States se la sono cavata con poco anche sul fronte economico, una lavata di mani che farebbe arrossire perfino Ponzio Pilato.

Qualsiasi parallelo con la vicenda dei marinai italiani detenuti in India sarebbe poi improprio, visto che per i due marò, praticamente abbandonati dal governo, nessuna prova credibile è stata finora prodotta; mentre per i quattro marines, fatti rientrare in fretta e furia a casa, l’assoluzione è arrivata con sentenza inappelabile e motivazioni secretate. Non sarebbe un risultato da registrare positivamente neanche il presunto “baratto” di prigionieri perfezionatosi a pochi mesi dalla strage. Quello che permise, a fronte del rimpatrio dei marines, il rientro in Italia di Silvia Baraldini, condannata a 46 anni di carcere negli Usa per reati legati alla militanza in movimenti contro l’apartheid. Se non altro perché i detenuti italiani all’estero superano abbondantemente le 3 mila unità, e non sembra che l’impegno della Farnesina sia mai stato paragonabile.

Quella del Cermis è purtroppo solo una delle tante tragedie cui l’Italia è costretta ad assistere in virtù del suo status di colonia. Con conseguenze tutt’altro che indolori per chiunque, siamo privati di un ministero degli esteri degno di questo nome, dal 1945.

Armando Haller

 

 

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