Stato-Mafia, la trattativa arriva in Quirinale

giorgio-napolitanoRoma, 24 ott – Anno di grazia 1926. Il “Prefetto di ferro” Cesare Mori, con il nullaosta di Benito Mussolini, il 1 gennaio effettua una gigantesca operazione antimafia che porterà alla cattura di tutte le principali famiglie mafiose della cittadina siciliana di Gangi, vera e propria roccaforte delle cosche che fino a quel momento controllavano capillarmente il territorio. Con questa azione Mori darà inizio a un’estenuante lotta alla Mafia, tanto da arrivare a bonificare letteralmente quelle terre da tutte le infiltrazioni malavitose. Ripensando oggi a quello che negli anni ’30 era il rapporto che sussisteva tra Stato e Mafia viene quasi da sorridere – se ciò non fosse realmente preoccupante – solo al pensiero di una trattativa tra le Cosa Nostra e le più alte cariche dello Stato.

Anno di grazia 2013. Il Presidente dellaRepubblica Giorgio Napolitano verrà chiamato a deporre nel processo sulla trattativa Stato – Mafia, la Corte d’Assise di Palermo ha accettato la richiesta da parte dei pm di far intervenire il capo dello Stato in merito alla lettera che questi ha ricevuto dall’allora consigliere giuridico del Quirinale Loris D’Ambrosio. Nella missiva D’Ambrosio esprimeva le sue preoccupazioni riguardo la possibilità di “essere stato allora considerato solo un ingenuo scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi”.  Ma quali sarebbero gli “indicibili accordi” di cui si legge nel testo consegnato a Napolitano? L’ipotesi dei giudici in merito è che ci furono delle vere e proprie trattative tra le famiglie e lo Stato italiano a ridosso di quel periodo delle stragi di mafia, a cavallo tra il 1992 e il 1993. In particolare, per fermare la strategia omicida lo Stato avrebbe dovuto alleggerire molte pene comminate ad alcuni esponenti delle cosche, rivedere la legislazione in materia di dissociazione nonché abolire il 41 bis, il decreto sul carcere duro a cui venivano sottoposti i condannati per reati di mafia.


La notizia della testimonianza del Presidente della Repubblica è solo l’ultimo tassello di un processo che assume ogni giorno di più dei tratti a dir poco kafkiani: un ministro della Giustizia che si ritrova suo malgrado fra l’incudine di una magistratura sempre più incalzante negli affari di stato e il martello di una classe politica che evidentemente ha ben più di qualche scheletro nell’armadio; personalità istituzionali di spicco che nel biennio ’92 – ’93 e per tutto il periodo successivo si sono barcamenate pericolosamente sul filo della collusione; una serie di documenti quantomeno delicati se non addirittura compromettenti distrutti sotto esplicita richiesta dello stesso Capo dello Stato.

La levata di scudi intorno all’inquilino quirinalizio non si è fatta attendere e sono scesi in campo gli immancabili alfieri della Costituzione: vesti strappate, indignazione, conflitto di poteri, complotto ai danni del Presidente della Repubblica e chi più ne ha più ne metta. E se non fosse così? Se fosse legittima la richiesta dei pm? In fondo la testimonianza di Napolitano si limiterebbe esclusivamente alle telefonate avvenute tra Loris D’Ambrosio e l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino, e questo sarebbe perfettamente in linea con le richieste del Quirinale di non creare ambiguità nello svolgimento dell’ufficio di Presidente della Repubblica e ascoltare Napolitano solo in veste di persona informata dei fatti, visto che nella migliore delle ipotesi non è stato in grado di accorgersi delle conversazioni quantomeno scomode che avvenivano alle sue spalle tra due suoi stretti collaboratori.

Michele de Nicolay

 

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