cucchiRoma, 1 Novembre – Il fatto non sussiste. Sono queste le parole che rimbombano nell’aula della Corte d’Appello di Roma durante la lettura della sentenza del processo celebrato per scoprire la verità sulla morte Stefano Cucchi. I giudici di secondo grado hanno, infatti, assolto medici, infermieri e agenti penitenziari imputati per l’omicidio del trentunenne romano, stabilendo che nessuno di loro ha contribuito a causare il decesso del ragazzo.

La sentenza, emessa in riforma di quella di primo grado, conferma l’assoluzione di agenti penitenziari ed infermieri, mentre in questa nuova fase processuale assolve i medici della struttura protetta dell’Ospedale Sandro Pertini, che invece erano stati condannati alla reclusione dalla III Corte d’Assise di Roma nel giugno del 2013, per i reati di omicidio colposo e falso ideologico.

La storia di Stefano Cucchi inizia il 15 ottobre del 2009 quando viene arrestato in un parco di Roma per possesso di stupefacenti. Gli agenti gli trovano addosso 20 grammi di sostanze illegali e due pasticche. Per i carabinieri si trattava di ecstasy, ma come venne in seguito chiarito, era il farmaco prescrittogli dal medico per le crisi epilettiche di cui il ragazzo soffriva e che quindi, portava sempre con sé. Stefano viene subito trasportato in caserma e la mattina seguente subisce l’udienza di convalida presso il Tribunale di Roma: il ragazzo si presenta davanti ai magistrati con il volto gonfio, ha dei lividi neri ed evidenti sotto gli occhi, fatica a camminare, ma non dice niente. Ascolta in silenzio la conferma dell’arresto, ma le sue condizioni non rimangono inosservate, così viene ordinata una visita medica. Il referto recita: ecchimosi sacrale coccigea, tumefazione del volto, algia della deambulazione. Così, Stefano è trasportato all’Ospedale Fatebenefratelli, e qui le radiografie mostrano la frattura di una vertebra lombare. Il giorno seguente si evidenziano ancora peggioramenti nello stato di salute del ragazzo, che ora si trova recluso presso il carcere Regina Coeli, e si decide per il trasferimento presso il reparto di medicina protetta dell’ospedale S. Pertini di Roma.

E’ la sera del 17 ottobre, Stefano Cucchi entra nella sua cella in ospedale, e qui inizia a morire. Stefano è restio nell’accettare le cure, dice di voler parlare con il suo avvocato, intanto mangia e beve poco, perde peso a vista d’occhio. I genitori scoprono del ricovero quando si recano al Regina Coeli per portategli dei vestiti puliti. Si precipitano in ospedale per accertarsi delle condizioni del figlio, ma per parlare con i medici serve il permesso del magistrato che segue il caso. La famiglia Cucchi aspetta, invano, per giorni delle notizie: ma il permesso arriverà quando ormai non servirà più, perché Stefano sarà deceduto.

Stefano muore da solo in una cella di ospedale senza che la sua famiglia sappia nulla: viene trovato morto da un infermiere all’alba del 22 Ottobre 2009. Il suo corpo al ricovero pesava 50 kg, ora ne pesa 37. Stefano Cucchi è irriconoscibile. Sono passati solo 7 giorni dal suo arresto.

Secondo la ricostruzione della Procura di Roma le lesioni riportate sul corpo sono gli evidenti segni di un pestaggio eseguito dalla Polizia penitenziaria nelle celle di piazzale Clodio mentre attendeva di essere portato dal giudice. Samura Yaya, detenuto extracomunitario che si trovava a poche celle di distanza da quella di Cucchi, affermò di aver sentito il pestaggio, ma non fu l’unico. La detenuta della cella accanto raccontò che Stefano “chiedeva una sigaretta, a un tratto lo tirarono fuori e lo schiaffeggiarono. Cadde a terra, lo trascinavano e continuavano a picchiarlo. Diceva di star male e che non riusciva ad alzarsi, ma gli rispondevano “adesso chiamiamo un dottore”. Anche un altro detenuto dichiarò di aver chiesto ad un agente di andare nella cella con Cucchi perché era solo, ma la guardia gli “fece segno di no, facendo il gesto come se in quella cella si prendevano botte.”.

Le cause della morte di Stefano non sono mai state chiare e sono state oggetto di ampi dibattiti processuali tra i periti di parte. Se da un lato i consulenti di parte pubblica ritengono che il decesso sia conseguenza delle percosse subite dagli agenti di polizia penitenziaria, dall’altro, i consulenti di Corte d’Assise in primo grado, affermarono che Stefano fosse morto di inanizione, ossia di fame e di sete, e che i medici e gli infermieri avrebbero potuto salvarlo.

“E’ una giustizia malata” ha affermato ieri Ilaria Cucchi, sorella di Stefano “mio fratello è morto cinque anni fa in questo palazzo, quando ci fu l’udienza per direttissima, e i magistrati non hanno visto le sue condizioni, quelle di un ragazzo che era stato massacrato nei sotterranei di questo stesso tribunale”. Intanto, il legale di famiglia annuncia il prossimo ricorso in Cassazione nella speranza di avere giustizia per Stefano e la sua famiglia, ma non solo: questa sentenza non è una questione familiare. Questa sentenza è una questione pubblica. Il caso Cucchi ha rappresentato molto per tante altre famiglie italiane, perché ha fatto emergere casi analoghi di persone morte in carcere senza che la causa del decesso sia stata sottoposta ad indagini ed accertamenti.

Ciò che resta certo, al termine del secondo processo sul caso, è che l’uccisione di Stefano resta senza colpevoli perché lo Stato non è stato capace di trovarli. Stefano è morto la prima volta il 22 ottobre del 2009, e poi è morto ieri, di nuovo, a Piazzale Clodio, lo stesso luogo in cui iniziò il suo calvario, perché nessuno è stato chiamato a pagare per il suo omicidio.

Michela Incitti

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