Tragedia nel carcere di Torino

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Torino, 20 dic – Il carcere ‘Lo Russo Cotugno’ di Torino è stato teatro in questi giorni di una tragedia che ha dell’incredibile. Un agente della polizia penitenziaria, Giuseppe Capitani (47 anni), ha ucciso l’Ispettore Giampaolo Melis (52 anni) ed ha poi rivolto la pistola contro se stesso.


Sembra che all’origine ci sia un comune diverbio dovuto a divergenze sulle licenze natalizie. “Che cosa mi state combinando tu e il comandante?” le parole di Capitani prima di sparare due colpi che raggiungono Melis all’addome ed alla testa.

Immediata la reazione dei sindacati. E’ una tragedia che colpisce tutta la Polizia Penitenziaria di Torino che, tra l’altro, è quotidianamente provata da difficili, pericolose e stressanti condizioni di lavoro” ha affermato il segretario generale del Sappe, Donato Capece. Di toni ancora più forti le parole di Leo Beneduci, Segretario Generale dell’Osapp, l’Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria, che in una nota scrive: “Sono mesi e mesi che denunciamo le violenze, le precarie condizioni igieniche e le gravi tensioni tra il personale nella Casa Circondariale ‘Lorusso Cutugno’ di Torino, ma tutto è stato inutile fino alle morti odierne.”

Secondo Beneduci infatti  la responsabilità di quanto accaduto “è di un’Amministrazione del tutto inutile, gestita da un vertice altrettanto inutile che fa capo a un Ministro utile solo a se stessa, e che, mentre i Poliziotti Penitenziari stavano protestando ieri a Milano, si è rifiutata di incontrarli sostenendo che i ‘suoi’ Sindacati li incontra a Roma”

Questione annosa, quella delle condizioni carcerarie in Italia, che periodicamente guadagna gli onor di cronaca (con un picco durante i periodi elettorali) per poi tornare nel dimenticatoio senza che vengano prese a riguardo misure concrete. Lo conferma lo stesso Beneduci quando afferma: “E’ più che sintomatico che nella stessa giornata della sparatoria al carcere di Torino, nonostante gli avvisi contrari dei vertici del Ministero dell’Interno, il governo si appresti ad approvare una misura che, di fatto, rende obbligatorio l’uso dei dispendiosi, insicuri e quanto mai gravosi per il personale, braccialetti elettronici, ma per il carcere in Italia è stato sempre così: chiacchiere, carriere e tanti soldi che vanno nelle tasche di altri e non in favore di chi in carcere vive e lavora”.

Cesare Dragandana

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