Tutti insieme con “Repubblica” a scrivere t’amo sulla scabbia

scabbiaRoma, 14 giu – Preparate i costumi floreali con pareo abbinato: quest’anno si va tutti al mare a scrivere t’amo sulla scabbia. È di gran moda infatti la pruriginosa malattia riportata in auge dagli sbarchi incontrollati di immigrati sulle coste italiane. Come noto, i profughi – poiché i centri di accoglienza sono al collasso – sono costretti a bivaccare nelle stazioni o per le strade, a Roma e Milano come a Ventimiglia e nei dintorni di Trento e Bolzano.

I medici che prestano loro assistenza hanno appunto confermato la presenza del morbo: i contagiati sono un paio di centinaia circa solo nelle città più grandi. In due giorni, ha spiegato al Manifesto il dottor Giorgio Cicanali, responsabile del presidio medico della Stazione Centrale di Milano, «abbiamo assistito una media di 50 persone. Tra queste sono stati certificati 30 casi di scabbia e uno di malaria». Wow, pure la malaria, che classe. A quanto pare anche in campo sanitario fa tendenza il vintage. E, come d’obbligo la sinistra più hip segue l’onda. Parliamo di moda e di profughi, come potrebbe esimersi il progressista d’alto bordo?

Via di corsa, allora, a scrivere che la scabbia non fa poi tanto schifo. Anzi, a ben guardare prendersela è un piacere, grattarsi è liberatorio e farlo in compagnia è anche meglio, perché si socializza. A dettare la linea è Repubblica, da cui ci aspettiamo presto uno speciale nella sezione dedicata al costume: «Scabbia, mai più senza»; «Scabbia: provala con gli amici!».

Ieri il quotidiano, onde replicare per le rime al brutale allarmismo della destra becera, ha pubblicato una straordinaria intervista alla dottoressa Concetta Mirisola, responsabile dell’Istituto nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti (a questo proposito, ci permettiamo di segnalare che la prima cosa da fare a beneficio della salute dei migranti sarebbe dissuaderli dal partire, visto quanti ne muoiono sui barconi nel Mediterraneo).

La competente dottoressa esordisce così: «I migranti che arrivano da noi sono quasi sempre giovani e in buona salute, non portano malattie dalle loro terre e raramente si ammalano durante il viaggio. Si ammalano, più spesso, quando approdano in Italia e iniziano a vivere in povertà». Si impongono per tanto alcune riflessioni. Prima: se i migranti che arrivano in Italia sono giovani e sani, che fine fa la retorica sui disperati che languiscono sulle carrette del mare? Bah. Seconda: ma che diavolo ci vengono a fare i migranti in Italia, se questa è la situazione? La frase della dottoressa dovrebbe essere utilizzata come spot contro le partenze: «Non andate in Italia, si prendono le malattie!». A questo punto c’è pure un pizzico di crudeltà gratuita da parte dei profeti dell’accoglienza illimitata: ma come, li facciamo venire così si prendono la scabbia e la malaria? A confronto le ruspe di Salvini sono faccenda da educande.

Terza considerazione: la dottoressa sentita da Repubblica non è chiarissima a proposito del contagio. Dice che gli immigrati prendono la scabbia quando si trovano a vivere in povertà nel nostro Paese. Ma, esattamente, quanto ci vuole per ammalarsi? La scabbia dipende dal reddito pro capite, nel senso che se il tuo stipendio scende sotto una certa soglia istantaneamente ti ammali? Siamo davvero preoccupati. Pensate all’immigrato che parte dall’Africa, dove tutto sommato vive dignitosamente. Approda nel Bel Paese e subito gli balena l’atroce consapevolezza: «Cazzo, adesso sono povero!». Un secondo dopo, zac, si è preso la scabbia.

Il titolo dell’articolo di Repubblica afferma che farsi contagiare è «difficile» (giusto: dev’essere una cosa d’élite) e che «la scabbia se ne va via subito». Mannaggia, nemmeno il tempo di godersela un po’, questa malattia, visto che è tanto piacevole. Lo sostiene persino una che di tendenze se ne intende, la cara Selvaggia Lucarelli, che su Facebook ha scritto: «Questa storia dell’allarme scabbia cavalcata con paraculo e malevolo entusiasmo dai media sarebbe ridicola se non fosse invece disgustosa. La scabbia non è l’ebola. E’ un acaro e causa prurito, per cui se la prendi e ti puoi curare non fanno neanche in tempo a comparirti le bolle».

Il che, ripetiamo, è un vero peccato, perché una volta che ti sei preso la scabbia, tanto vale divertirsi un po’. In ogni caso, dice Selvaggia, «i titoloni sull’allarme scabbia sono pietosi». Vero, basta allarmismi fascistoidi. Che volete che sia, una passata di scabbia: fa bene alla salute, rinvigorisce, fa anticorpi, infrange il logorio della vita moderna. «Somiglia alla rogna», dice la nostra, specificando che lei se l’è presa dal cane quando era piccola. Esperienze che si ricordano sempre con piacere: «Eh, com’era bello quand’ero giovane e avevo la rogna…». Sempre meglio che spararsi in un piede.


Insomma, per quest’anno, caro lettore, non cambiare: stessa scabbia, stesso mare. Quanto agli amici immigrati: veramente, ripensateci, non venite. La scabbia ci piace troppo, a noi italiani, non ci va di condividerla. Prendetevela a casa vostra: già ci rubate le donne e il lavoro, mica potete fregarci pure le malattie.

Francesco Borgonovo

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