Ustica, 34 anni dopo: perché un missile in tempo di pace?

DC-9 ITAVIA CADUTO AD USTICARoma, 27 giu – A 34 anni dal disastro aereo di Ustica si può ormai tentare una lettura “storica” della vicenda, giustificata dal fatto che il mondo del 1980, coi suoi equilibri – la guerra fredda, i blocchi est-ovest – non esiste più. Ma di quel mondo, finito storicamente nel 1989 con la caduta del Muro di Berlino, ci restano tutti i suoi lasciti.

La domanda cardine fu posta dal Generale A.M. Melillo in una nota critica di risposta ad un mio lavoro depositato in Procura il 23/12/1995: “Perché lanciare un missile in tempo di pace?”.

I contesti potenzialmente scatenanti erano due, in quella inizio estate del 1980, ed entrambi legati al confronto politico-militare fra i due blocchi est e ovest conosciuto come “Guerra Fredda”.

– il contrasto relativo al dominio dell’isola di Malta, che nel processo di decolonizzazione tentava di sfruttare la sua posizione strategica di dominio del mediterraneo centrale, ben nota fin dall’antichità, per mercanteggiare con protagonisti molto più potenti e decisi.

– la vicenda del reattore nucleare irakeno Osirak, dove doveva giungere la prima carica di uranio arricchito dalla Francia.

Qualcuno tentò di abbattere il trasporto dei 12 kg di uranio arricchito, scatenando gli eventi che videro il velivolo civile italiano incolpevole vittima?

Il programma nucleare irakeno fortemente voluto dal Rais Saddam Hussein era cosa nota, e se gli fosse riuscito oggi la storia sarebbe diversa da come la conosciamo.

L’Iraq, a margine di una commessa da circa 30 miliardi di dollari per armamenti moderni terrestri e aerei aveva commissionato alla Francia un reattore nucleare da ricerca scientifica, piccolo, circa 100kw di potenza.

E, a margine di una commessa da circa 2,5 miliardi di dollari per una piccola flotta di moderne navi militari, aveva commissionato all’Italia (al CNEN, Comitato Nazionale Energia Nucleare) quattro “celle radiochimiche”.

Le rimostranze a livello internazionale erano relative al fatto che l’uranio arricchito una volta “bruciato” nel reattore poteva essere processato nelle celle radiochimiche ed estrarre il Plutonio. E con 6 kg di Plutonio si fa una Bomba A, come quella di Hiroshima.

Dall’altra parte si obiettava che i quantitativi trattabili erano talmente esigui (dell’ordine dei grammi/anno) da non destare preoccupazione, a cui si ribatteva che comunque il regime irakeno avrebbe avuto accesso alla tecnologia per farsi le bombe atomiche. E nessuno era contento, gli USA, Israele, e i “fratelli arabi” che tutto volevano tranne un Saddam potenza nucleare.

Il reattore subì un attentato mentre era in costruzione presso gli stabilimenti nucleari francesi e subì un ritardo di parecchi mesi, ma infine fu consegnato e montato. E distrutto il 7 giugno 1981 da un blitz dell’aviazione israeliana, giusto un anno dopo i fatti di Ustica.

La traccia del passaggio dell’uranio destinato a Osirak sui cieli italiani ci viene da un libro, “La bomba islamica” di Herbert Krosney e Steven Weismann (due giornalisti americani del Washington Post) che descrive i vari tentati di alcuni paesi arabi di dotarsi di armi nucleari negli anni ’70.

In questo libro è appunto indicato che il primo carico di uranio per Osirak venne consegnato l’ultima settimana di giugno del 1980.

Il magistrato italiano tentò di indagare, chiedendo sia alla Francia sia alla AIEA (Agenzia Internazionale Energia Atomica) di Vienna ma la prima non rispose e  la seconda rispose che i trasporti di uranio sono segreti.


Di più non si è riusciti a sapere, ma sicuramente questo è uno dei contesti in cui si può lanciare un missile in tempo di pace.

Luigi Di Stefano

(Perito di parte civile per conto della compagnia aerea Itavia nell’inchiesta sul disastro aereo di Ustica)

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