Velate sì, ma con capo firmato: il business (ipocrita) della moda islamica

hijab Dolce & GabbanaRoma, 17 mar – Gli addetti ai lavori la chiamano modest fashion, dove l’aggettivo serve a tranquillizzare i mariti delle donne che vi fanno ricorso. Parliamo infatti della “moda islamica”, l’ultima novità su cui si sono gettate le multinazionali del settore. Nike ha da poco messo in commercio un hijab per le atlete musulmane, in poliestere elastico e traspirante, pronto a debuttare alle Olimpiadi invernali del 2018, in Corea del Sud. E, sul suo profilo Twitter per il Medio Oriente, ha diffuso uno spot in cui mostra alcune atlete che praticano diversi sport, alcune delle quali velate. “Cosa diranno di te? Forse che sei la prossima campionessa”, dice la voce fuori campo. Ma su internet c’è già chi ha modificato il celebre slogan del marchio: a “Just do it” (“Fallo”) qualcuno ha aggiunto “se tuo marito te lo permette”.

H&M, comunque, segue a ruota, mentre Dolce & Gabbana lancia l’abaya griffato (si tratta di un capo full-length indossato da molte donne in Medio Oriente). Una moda che ha le sue icone in Mariah Idrissi, che fu la prima ad indossare il velo in una campagna di moda, e Halima Aden, che è apparsa in uno show alla New York Fashion Week. Gli esperti di marketing la chiamano “Generazione M”: il target sono i giovani musulmani dei paesi occidentali, che vivono a cavallo tra stili di vita tradizionali e moda moderna. Ma anche i ragazzi dei Paesi islamici moderati. Il Financial Times ha fatto i conti in tasca a questo particolarissimo segmento di consumatori: la spesa dei clienti musulmani per i capi di abbigliamento è stato stimata in 243 miliardi di dollari nel 2015, l’11 per cento della spesa del mercato globale. Si prevede un aumento fino a 368 miliardi entro il 2021. Il tutto va peraltro incontro a infinite contraddizioni: in Francia, per esempio, la femminista Elisabeth Badinter ha invitato a boicottare la moda islamica, mentre il ministro Rossignol ha detto che le donne che scelgono di portare il velo sono come “i negri americani che erano a favore della schiavitù” (usando proprio la parola “negro”, per cui si è scusata).


Il nervosismo è comunque ben motivato. Alia Khan, presidente dell’Islamic fashion and design council di Dubai, ha dichiarato: “I paesi dove la richiesta è maggiore sono la Francia, la Germania e il Regno Unito, molto prima della Turchia per esempio, che è a maggioranza musulmana”. Evviva.

Giorgio Nigra

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