Martin Amis fa satira sui lager (ma giura che non lo farà più)

Amis_zonaRoma, 1 ott – Martin Amis l’ha fatta ancora fuori dal vaso. Ma stavolta, giura, è davvero l’ultima. Ora tiene famiglia, lui.

Nato a Oxford nel 1949, una vita divisa fra Londra e New York, con i suoi sei saggi e quattordici romanzi sinora pubblicati Amis si è ritagliato un ruolo tutto suo nella letteratura britannica contemporanea. Per la forza della sua penna, certamente, ma anche per una certa tendenza a colpire la società là dove fa più male. Da qualche giorno lo ritroviamo nelle librerie con il suo La zona d’interesse (Einaudi, pp. 312, € 20).

Un nuovo romanzo, una nuova storia d’amore. Con un piccolo particolare: la “zona di interesse” che fa da sfondo alla love story è il complesso di Auschwitz-Birkenau, mai nominato ma chiaramente riconoscibile nel testo. Protagonista del racconto è Golo Thomsen, ufficiale di collegamento fra l’industria bellica e il Reich, che finisce per innamorarsi della procace Hannah Doll, moglie del temibile Kommandant del campo, Paul Doll.


Il risultato è volutamente grottesco, anche per la vena sarcastica e satirica che anima la The novelist Martin Amisnarrazione. Nessuna tentazione wagneriana, niente abissi nibelungici: non abbiamo a che fare con il Maximilian Aue de Le Benevole: Golo Thomsen è un mediocre, a cominciare dal nome, che poi è un soprannome, derivante da una storpiatura di Angelus.

Amore e morte, ironia e strage: la miscela è senza dubbio spiazzante. E spiazzata, pure troppo, è rimasta la Hanser Verlag, la casa editrice tedesca che ha rimandato indietro il manoscritto di The Zone of Interest, così come in Francia ha fatto Gallimard. Poi un altro editore è stato ovviamente trovato, ma l’episodio è inquietante. Non accade spesso, a uno scrittore di questo calibro. Accade un po’ più spesso se però si toccano certi temi, soprattutto se si è recidivi.

Nel 1990, Amis aveva già pubblicato La freccia del tempo, storia – scritta curiosamente a ritroso nel tempo, dalla morte alla nascita del protagonista – di Tod T. Friendly, medico americano di cui pian piano scopriamo il controverso passato, che lo ha visto, col suo vero nome di Odilo Unverdorben, in qualità di medico nel campo di Auschwitz, agli ordini del dottor Mengele.

Si aggiungano i suoi libri sull’11 settembre e sullo stalinismo, qualche dichiarazione anti-femminista, anti-sessantottina, una battuta ferice sulla necessità di togliere di mezzo gli anziani e si avrà il quadro di un vero guastatore dell’industria culturale. Ma anche i guastatori, per l’appunto, tengono famiglia.

In un’intervista uscita su Repubblica, Amis calibra i toni e, forse proprio a causa dell’incidente diplomatico con i suoi editori, assume la posa dell’ex scapestrato che ha messo la testa a posto: «Questo è il mio secondo romanzo sull’Olocausto e nel primo ho guardato le vittime da lontano. Ma nel frattempo mi sono sposato con una donna ebrea la cui famiglia ha subito l’Olocausto. E le nostre figlie sono per metà ebree. Ora mi sento parte di tutto questo; non vedo più le vittime così lontane da me».

La questione dell’imbarazzo familiare è comprensibile, ma la scusa suona come grottesca: forse prima di sposarsi immaginava che gli ebrei passati dai lager non avessero dei parenti? E se avesse sposato una musulmana, una anarchica, una vegetariana, una fascista, una cannibale avrebbe ricalibrato la sua poetica sulla base di queste appartenenze e della relativa necessità di garantirsi la pace familiare?

La storia della letteratura è piena di autori che hanno rotto amicizie, carriere, amori per scrivere ciò che in quel momento sentivano di dover scrivere. Non perché sia necessario alla scrittura l’offesa gratuita. Ma, sant’Iddio, che la provocazione non venga attenuata dalla necessità di evitare silenzi imbarazzati durante le cene coi parenti.

Leggiamo ancora, nella stessa intervista: «Quando guardo i miei primi romanzi mi dico ancora: “Cavolo, come ho fatto a dire una cosa simile”. Perché è offensiva. Ma direi che ha molto a che fare con l’essere giovane, stupido e coraggioso». Mai si era teorizzata con tanta disarmante trasparenza la necessità della metamorfosi da piromane a pompiere.

E anche se Amis precisa di dire ancora tutto ciò che vuole, stando solo «un po’ più attento a chi offendi», l’impressione è quella di chi sta lanciando un avvertimento alle sentinelle del pensiero unico: tranquilli, ragazzi, non sono più quello di una volta.

Adriano Scianca

 

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Una risposta a Martin Amis fa satira sui lager (ma giura che non lo farà più)

  1. Alessandro Maurizi 3 ottobre 2015 a 20:48

    Se ho ben capito siamo molto distanti dal film “Kapo” di Gilberto Pontecorvo, con Gianni Garko e Susan Strasberg.
    P.S.: la battuta sulla necessità di eliminare gli anziani è feroce o felice?

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