Ma davvero i ponti dei Romani non crollano mai?

cavalcavia

Il ponte di Augusto a Narni, crollato nel 1055

Roma, 11 mar – La recente cronaca ha (ri)portato alla ribalta un caso di un cavalcavia che crollando si infrange sulla strada sottostante uccidendo delle persone. Era già successo lo scorso ottobre, in provincia di Lecco, e per un miracolo, data l’ora di punta ed il numero di persone coinvolte, c’è stato solo un morto; questa volta i morti sono due, e alle loro famiglie va tutto il nostro cordoglio.

Quello che però proprio non riusciamo a digerire è la reazione del “web” in queste ore. Come sempre si grida allo scandalo, all’Italia che cade a pezzi, al benaltrismo alla rovescia esterofilo che vuole le infrastrutture costruite dagli altri più solide e durature ed ovviamente si ripropone la solita filosofia spiccia che recita “i Romani facevano le cose meglio se sono durate 2mila anni”, in questo caso, i ponti. Come sempre il web non è un docente, almeno non lo è in modo infallibile e universale (non ditelo ai pentastellati) e cominciamo proprio da quest’ultima affermazione, quella sui ponti romani, che è anche quella più gettonata.


Spiace smentire, ma anche i ponti romani, se  non viene fatta la dovuta manutenzione, crollano. E’ il caso del ponte di Ascoli Satriano sul torrente Carapelle, che è a rischio crollo come denunciato dalla Tv locale Telenorba: un’opera ingegneristica con 18 secoli di storia, come recita la televisione pugliese, a tre arcate che rischia di crollare appunto per prolungata mancanza di manutenzione. Mancata manutenzione unita a carico eccessivo dovuto al transito di un trasporto eccezionalmente pesante che ha causato anche il crollo del ponte di Annone Brianza come si evince dai due filoni di inchiesta da parte della Procura di Lecco, quindi ancora una volta, se il ponte avesse avuto la necessaria manutenzione, chissà, magari avrebbe resistito al passaggio di un carico eccessivo come avvenuto in quel pomeriggio di ottobre. Ovviamente questo non vuol dire che le nostre infrastrutture siano state costruite TUTTE al meglio della tecnologia: i crolli avvenuti in Sicilia in rapida successione di strutture nuove sono lì a dimostrarlo, e non si contano i casi di cemento depotenziato utilizzato per costruire edifici e altro, però, per fare gli avvocati del diavolo, non è nemmeno vero che il nostro Paese stia cadendo a pezzi perché ormai “facciamo male le cose”, semmai il Paese cade a pezzi perché in preda ad una dissennata politica di tagli che compromette la regolarità della manutenzione delle infrastrutture.

Un esempio del fatto che siamo capaci di costruire manufatti destinati a durare è la famigerata diga del Vajont. Tralasciando tutti i giustissimi argomenti in merito alla questione che quella diga non dovesse essere costruita, il fatto che sia ancora lì, ad ergersi come un enorme spinnaker di cemento armato dopo aver sopportato la pressione di quasi 300milioni di metri cubi di roccia, dimostra che, tutto sommato, la qualità ingegneristica italiana non è sempre da mettere in discussione. Per quanto riguarda poi l’impianto accusatorio che vuole gli stranieri fare le cose meglio basterebbe pensare ad un paio di esempi per smentire questa affermazione. Sempre per quanto riguarda le dighe si ricordi il crollo della diga del Frejus, in Francia, che cedette per infiltrazioni di acqua, per quanto riguarda i ponti il caso, famosissimo, è quello del Tacoma Bridge negli Stati Uniti: un ponte sospeso che crollò a causa dei movimenti ondulatori causati dal vento a circa 70 km/h che fece entrare la struttura in risonanza. Non proprio una bella figura per i blasonati ingegneri americani.

Torniamo ora in casa nostra. Si è letto nelle ultime ore il tentativo di associare la caduta del cavalcavia di Ancona con cemento depotenziato e “tondini di acciaio lisci”; ad onor del vero la questione è ancora tutta da vedere. C’è infatti un’inchiesta della procura che stabilirà le cause del crollo, stante però il fatto che erano in corso dei lavori per l’innalzamento del cavalcavia medesimo, nell’ambito di quelli per l’ampliamento dell’autostrada a tre corsie. Come infatti riportato dalla Società Autostrade nelle prime ore dopo il crollo, uno dei sostegni provvisori, forse mal piazzato, avrebbe ceduto. Sembrerebbe quindi che incuria, scarsa manutenzione, o, peggio, costruzioni di scarsa qualità, non abbiano nulla a che fare con questo incidente, ma, come sempre, lo stabilirà la perizia tecnica in sede processuale.

Dunque la questione, in questo caso, non sembra avere a che fare con “il Paese che crolla” o “la sabbia di mare usata al posto di quelle di fiume” come si è letto, inoltre bisogna anche togliersi dalla testa che i Romani facessero tutto meglio rispetto a noi, sebbene una struttura di pietra abbia più probabilità di resistere nei secoli rispetto a una di cemento armato, ma, anche qui, il cemento armato è una scoperta abbastanza recente, e non abbiamo ancora la possibilità di stabilire quanto possa durare. Se poi ci dimentichiamo di fare manutenzione, cosa che i Romani facevano sicuramente meglio di noi, possiamo star pur certi che crollerà sia il ponte di pietra sia quello di cemento armato o acciaio.

Vittorio Sasso

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