Roma, 12 ago – Grande eco sui quotidiani italiani schierati a guardia del politically correct e della bontà di una società multi-etnica, ha destato in questi giorni la vicenda di un cartoon apparso per una serie prodotta e realizzata dalla britannica BBC (cioè la TV di stato) all’interno di un documentario educativo (anzi, ri-educativo, secondo una tendenza moraleggiante contemporanea) sulla storia inglese, risalente però al 2014. Protagonista della parte relativa alla dominazione romana della provincia della Britannia è un soldato. E fin qui nulla di strano, giacché, come noto gran parte dell’isola, fu conquistata (e aggiungiamo, civilizzata) dai romani, i quali dovettero trasferirvi ingenti quantità di uomini e truppe per domare le continue ribellioni delle tribù locali. Ma ciò che ha scatenato feroci polemiche è l’immagine di un frammento tratto dal cartoon, che circola ormai ovunque. Il protagonista, infatti è un militare di rango superiore (come si può notare dall’uniforme, una corazza sagomata in bronzo riservata agli ufficiali romani, dal grado di centurione in su, come i legati, i tribuni militari o i comandanti stessi di legione). E costui ha le fattezze di un africano di pelle scura, circondato, in un idilliaco, quanto fasullo, quadretto di serenità familiare, dalla moglie, presumibilmente di etnia caucasica e da due figlioletti,ovviamente mulatti.

Il messaggio neppure tanto nascosto, che ci propone questa vignetta è che nel mondo romano, non v’era alcuna distinzione di razza e che la commistione tra etnie era piuttosto la normalità che l’eccezione, in un quadro di assoluta armonia, senza distinzione alcuna, tra civiltà, culture e popoli diversi. Naturalmente, l’immagine ha suscitato le perplessità e l’ironia di più di qualche semplice “odiatore da tastiera”, giacché si è rilevato, assai giustamente, come il protagonista molto difficilmente avrebbe potuto rappresentare il “tipo” del romano presente in Britannia in epoca imperiale. Chiariamo subito che la presenza di soldati africani di pelle scura nell’isola, non solo era possibile, ma è attestata da un curioso episodio presente nella Historia Augusta su cui torneremo a breve. Del resto sin da epoca repubblicana, i romani avevano sperimentato i vantaggi che comportava l’arruolamento di diverse popolazioni del bacino mediterraneo, come ausiliari. Va a dire, come indica il termine stesso di auxilia, non legionari, ché tale titolo spettava e spetterà sempre ai soli appartenenti alla civitas, lo status di civis romanus trasmettendosi solo iure sanguinis: e ciò valeva anche per i figli di schiavi, eventualmente manomessi, cioè liberati dalla condizione di schiavitù, ma non per i genitori. A cominciare, proprio, da etnie africane, come i cavalieri numidi giunti in Italia a seguito dell’esercito annibalico durante la seconda guerra punica, famosi per la loro abilità come cavalleggeri: settore, come noto, che rappresentò sempre un tallone d’achille delle armi propriamente romane e che fu colmato ricorrendo al massiccio utilizzo di provetti cavalieri, specie di origine orientale.

Del resto osservando uno dei documenti artistici di maggior importanza per lo studio della composizione e struttura dell’esercito romano, ossia la famosa colonna Traiana, vi si può notare la presenza di cavalieri armati alla leggera, dalle fattezze straniere e identificabili per i capelli a treccine: si tratta degli equites mauri feroces, provenienti dalla Mauretania e organizzati in alae ausiliarie. Ma appunto qui sta il problema: mentre il trasferimento e rotazione delle legioni e delle relative truppe ausiliarie, lungo tutti i territori della res publica imperiale, garantivano che diverse etnie si potessero trasferire anche in Britannia, è del tutto improbabile che ciò abbia dato luogo a stanziamenti numerosi di popolazioni africane di pelle scura nell’isola. Anche perché cavalieri numidi e mauretani o altri reparti ausiliari, quand’anche giunti nell’attuale Inghilterra, si caratterizzavano per tratti somatici ben diversi da quelli delle razze sub-sahariane: pelle più chiara, caratteri etnici più vicini a quelli europeo-caucasici (si vedano ad esempio i ritratti lignei provenienti dalla zona di Fayyum in Egitto e risalenti all’epoca basso imperiale, i cui visi ricordano i tratti europei).

C’è un episodio, come dicevamo, che ci pare chiarisca molto bene l’assoluta rarità ed eccezionalità del tipo rappresentato nel fumetto. Quando l’imperatore Settimio Severo ormai si avvicinava alla fine del suo principato (193-211 d.C.) fu colto da numerosi omina mortis, cioè presagi di morte, secondo una tecnica letteraria presente negli Scriptores Historiae Augustae. Uno di questi avvenne nei pressi di Luguvallum (l’attuale Carlisle) allorché un soldato di razza etiope, scurissimo, gli si fece incontro con una ghirlanda formata con rami di cipresso: e l’imperatore ne ebbe un presagio funesto, dato non solo dalla corona offertagli (il cipresso, è noto si trova in luoghi funerei) ma dal colore della pelle nera, essendo considerato a Roma quel colore, assai poco fausto nella tradizione religiosa latina. Di talché l’imperatore diede ordine che quell’uomo fosse immediatamente rimosso dalla sua vista (SHA, Sev. 22: Aethiops quidam e numero militari, clarae inter scurras famae et celebratorum semper iocorum, cum corona e cupressu facta eidem occurrit. quem cum ille iratus removeri ab oculis praecepisset, et coloris eius tactus omine). Non ci dilungheremo su quest’ultimo aspetto, se non per rilevare che il racconto indica l’assoluta eccezionalità di una presenza di uomini dalla pelle nera presso l’esercito romano. E come un tale aspetto fosse tutt’altro che gradevole, persino per chi, come un Settimio Severo, secondo una vulgata stereotipata, ma poco in linea con la realtà dei fatti, sarebbe stato anch’esso di pelle scura (rimandiamo alla bella monografia si Anthony Birley, purtroppo inedita in Italia: Septimius Severus, The African Emperor per i dettagli).

Ma c’è anche un altro particolare contenuto nel racconto: quell’anonimo soldato etiope era considerato da tutti una sorta di buffone e il suo rango sociale era ritenuto infimo. Il che ci conduce a un’altra riflessione, suggerita anche dall’intervento di Mary Beard nella vicenda, anche se dobbiamo chiarire come si tratti di studiosa estremamente preparata e autrice di eccellenti ricerche nel campo della religione dapprima e della storia romana poi (The Roman Triumph, SPQR essendo i suoi titoli più recenti, che denotano però uno scadimento della stessa verso posizioni iper-critiche di stampo anglo-sassone). In effetti a difesa, della pretesa veridicità del cartoon, si è schierata l’accademica inglese, provocando gridolini di giubilo e toni trionfalistici da parte dell’articolista de La Repubblica dell’8 agosto che si è spinta sino a titolare il suo pezzo, piuttosto comicamente, Fatevene una ragione: gli antichi romani erano molto africani (persino in Britannia)“. Secondo la tesi della Beard non solo il cartoon sarebbe corretto, ma esso potrebbe ritrarre un personaggio storico romano di grande importanza, ossia il governatore della Britannia tra il 139 e il 142 d.C. (regnante l’ottimo Antonino Pio), Quinto Lollio Urbico, nativo di Tiddis (l’antica colonia romana di Castellum Tidditanorum) all’epoca situata nella provincia della Numidia, oggi Algeria e perciò, secondo la storica inglese, berbero. Già.

Peccato che Lollio Urbico fosse discendente di famiglie romane appartenenti a due gentes italiche, quella dei Lolli (laziale) e quella dei Granii (campana), le quali all’epoca della deduzione della Respublica IIII coloniarum Cirtensium, si trasferirono nella provincia numidica (per i particolari si rimanda alla biografia di Lollio Urbico in A.Birley, The Roman Government of Britain, Oxford, Oxford University Press, 2005, pp. 136-140). Peraltro, poiché non sappiamo assolutamente nulla circa una discendenza da parte di Lollio Urbico, a fortiori il disegno non può certo rappresentare questo valente uomo romano, che fu al comando anche in Giudea, stroncando la ribellione scoppiata sotto Adriano, e delegato al comando della Pannonia e in Germania, si guadagnò la fama di ottimo generale e amministratore nei punti più caldi dell’Impero. Questo penoso infortunio storico, dimostra una volta di più quali rischi corra l’attuale ricerca storica, dominata, quasi ossessionata, dall’idea di dover ritrovare nella nostra storia avita, anche laddove non esista alcun serio appiglio, le giustificazioni morali di una fantasia tutta moderna. Piuttosto che andar alla ricerca di fantasmi e storielle inventate, sarebbe il caso che gli studiosi, si concentrassero sui dati disponibili e noti da tempo.

Proprio la presenza di qualche ausiliario di origine africana in una provincia lontana come la Britannia, dovrebbe rammentare che esisteva anche una cittadinanza che si poteva ottenere per particolari meriti resi alla res publica romana. Così ad esempio, a socii e alleati italici di Roma che si fossero impegnati a combattere a fianco dell’Urbe, poteva essere garantita la civitas, proprio per premiare la fedeltà e l’impegno dimostrati nei confronti della stessa. Un principio che sta alla base e ritroviamo nel sistema dei diplomi militari che venivano dati agli ausiliari che combattevano per Roma. Dopo 25 anni di servizio, essi venivano congedati con tutti gli onori nel corso di una cerimonia di fronte all’unità schierata (honesta missio) e veniva loro consegnata una tavoletta incisa su bronzo, su due facciate. Con essa era concessa la cittadinanza romana, la quale, si noti bene, poteva essere trasmessa ai figli, ma non alla moglie del milite. Circostanza ancor più notevole il fatto che una copia del diploma veniva esposta su una grande tavole bronzea a Roma: l’onore e onere di acquisire la cittadinanza romana era considerato un fatto così importante, da essere oggetto di una deliberazione del principe e divenire un atto pubblico (cioè una costituzione e come tale così ancora considerata nei manuali di diritto pubblico romano moderni). Ed essa riguardava singoli soggetti che avevano meritato quel provvedimento, per quanto conosciamo anche interi gruppi di uomini (come ad esempio commercianti e marinai incaricati di rifornire di grano Roma, dall’Egitto) cui poteva andare la cittadinanza.

Ma così come poteva acquisirsi per meriti, la civitas si perdeva per propri demeriti, persino tra romani per discendenza. Ad esempio magistrati o cittadini che si fossero resi colpevoli di crimini particolarmente odiosi (come il crimen de repetundiis, cioè vessazioni e concussioni a danno dei provinciali), oppure quando si veniva catturati dal nemico. E oggi si vorrebbe concedere la cittadinanza indistintamente, con un voto parlamentare da parte di un branco di uomini, di cui molti, visti i ben noti precedenti penali, ne sarebbero stati privati? A chi poi? A migliaia di persone che conoscono a malapena la lingua italiana e che in cuor loro, diciamocelo, ci disprezzano profondamente, La domanda da porsi allora è questa: quanti di costoro sarebbero pronti a prendere le armi o a impegnarsi davvero per la difesa dei nostri confini, della loro patria acquisita? A dar prova di una honesta missio? Ben pochi, c’è da starne sicuri.”A Tiberio che gli chiedeva la cittadinanza per un suo cliente greco, [Augusto] rispose che non gliel’avrebbe concessa se non quando a viva voce gli avesse dimostrato quanto fossero giusti i motivi della richiesta; la negò anche a Livia che la chiedeva per un Gallo tributario: in cambio offrì l’esenzione dai tributi, sostenendo che avrebbe tollerato meglio che si sottraesse qualcosa al fisco, piuttosto che si profanasse la dignità del cittadino romano”(Svetonio Div. Aug. 40). Parole da scolpire, parole da scrivere, ovunque. Ma loro avevano un Cesare Ottaviano Augusto, noi Gentiloni.

Stefano Bianchi

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