Arte e fascismo: un binomio (im)possibile

Roma, 13 feb – L’anno appena concluso ha visto il grande ritorno, sul palcoscenico espositivo italiano, di un protagonista importante e ingombrante: il ventennio fascista. Sono state numerose e importanti le mostre che hanno avuto ad oggetto la produzione artistica del periodo, lungo tutto lo stivale. In particolare sono gli eventi di Firenze, Forlì e Lucca che hanno colto maggiormente nel segno, premiati da pubblico e critica.

Critica artistica, s’intende. Perché la critica politica ha invece imposto, ad organizzatori e curatori delle mostre, un pericoloso slalom su pista ghiacciata, con il rischio di essere squalificati per apologia di fascismo.

Il caso più marchiano è quello di Firenze, dove i curatori sono stati costretti a cambiare il nome della mostra, dopo che era già stato pubblicizzato. Così la mostra “Anni ’30. Arti in Italia durante il fascismo”, è diventata “oltre il fascismo”. Una alterità che doveva far pensare ad un’arte liberata dall’influenza politica, decontestualizzabile, capitata per caso nel ventennio. Una alterità che, per ammissione degli stessi curatori, “non ha senso”.

0635B_ 043Ed infatti la foglia di fico cadeva appena varcato l’ingresso, davanti allo sguardo ieratico dell’Arturo Ferrarin di Wildt, lo stesso scultore il cui Mussolini era diventato un’icona del regime. Le altre opere, poi, lungi dall’essere state prese da freddi scantinati di circuiti minori, erano al contrario le teste di serie delle più importanti esposizioni fasciste: Biennali, Triennali, Quadriennali, mostre Sindacali, premi Bergamo e Cremona.

Quindi “opere allora effettivamente viste e discusse, sulla stampa, nelle mostre internazionali, nazionali e sindacali, in gallerie private di punta, con un’effettiva incisività sulla cultura visiva e sul dibattito artistico del tempo”, per stessa ammissione dei curatori.

L’errata corrige nel titolo della mostra, non ha raggiunto però la pannellistica, sfuggita alla rieducazione. E così ritornava il famoso “durante”, nonché un pericoloso connubio fra libertà artistica e fascismo:

“Nell’Italia degli anni Trenta, durante il fascismo, si combatte una battaglia artistica di grande vivacità, che vede schierati tutti gli stili e tutte le tendenze, dal classicismo al futurismo, dall’espressionismo all’astrattismo, dall’arte monumentale alla pittura da salotto. La scena è arricchita e complicata dall’emergere del design e della comunicazione di massa: i manifesti, la radio e il cinema.”

Le mutande di Michelangelo, questa volta sono state messe alle parole e non alle opere. Così anche gli insospettabili Lorenzo Bini Smaghi e Giuseppe Morbidelli, in qualità di presidenti rispettivamente della Fondazione organizzatrice e della Banca finanziatrice, hanno dovuto reprimere i propri ardori nelle presentazioni sul catalogo della mostra.

Per Bini Smaghi “gli anni Trenta sono stati un periodo di fervore creativo”, ma – precisa a scanso di equivoci – “lungi dall’essere una monotona espressione del contesto politico”. Ammette però “l’influenza reciproca con le tendenze straniere” e la solidità dell’impianto artistico dell’epoca. Ricorda pure la nascita del Maggio Musicale e che “La Firenze degli anni Trenta assiste – in un clima di vivaci discussioni – al riassetto di alcune sue zone e alla costruzione di edifici architettonicamente straordinari: la Stazione di Santa Maria Novella, lo Stadio, la Scuola di Guerra Aerea, la Manifattura Tabacchi.”. Ma senza mai citare la parola “fascismo”.

 Morbidelli usa subito una citazione di Bobbio come scaccia guai: “Durante il fascismo, quando c’è stata cultura non è stata fascista, e quando è stata fascista non è stata cultura”. Liberato dal peccato originale, si lascia andare però a commenti che avranno fatto trasalire più di qualche d’uno:

“Che in tale periodo le arti abbiano raggiunto momenti di grande splendore, è dimostrato per fatto concludente dalle opere che qui vengono esposte ed evocate, frutto del genio, della passione, dell’impegno. Negli anni ’30 non solo la tensione culturale non venne meno, ma anzi raggiunse livelli di eccellenza anche in una lettura comparativa con ciò che avveniva negli altri Paesi”.

Prosegue andando “oltre”, come vuole il titolo della mostra, ma oltre l’arte, inserendola in un contesto esaltante che unisce cultura, economia, visione politica:

Non posso non ricordare come l’esprit culturale di quegli anni fosse a 360 gradi, come dimostrano, per esempio, “i ragazzi di via Panisperna”, o i successi dell’industria aeronautica, automobilistica e navale, che si compendiavano nei voli transoceanici, nei primati dell’Alfa Romeo, nel nastro azzurro del Rex, ma anche come dimostra la visione oltremodo lungimirante dei processi economici che ebbe a inverarsi in una serie di misure incisive quanto innovative.

Basti pensare alla legge istitutiva dell’IMI o ancor più a quella dell’IRI, divenuto poi un istituto per la politica industriale che costituì un modello anche per il New Deal, o alla legge bancaria del 1936, che nel separare prestiti a breve e prestiti industriali risolse i problemi del finanziamento delle industrie in assenza di un adeguato mercato finanziario. e soprattutto introdusse una disciplina di forte tutela del risparmio.”

Morbidelli si riprende un attimo, recupera la parola magica “oltre”, mantra capace di spezzare un vortice altrimenti piuttosto apologetico, e si lancia addirittura sulla Costituzione:

“Anche questi dati istituzionali non solo danno la “temperatura” del clima dell’epoca “oltre il fascismo”, ma rivelano il ruolo di ponte verso la cultura istituzionale del dopoguerra, tanto che la stessa Costituzione ebbe a riprendere principi della legislazione più sopra ricordati, quali la funzione sociale della proprietà, l’economia mista, la previdenza sociale e la tutela del risparmio”.

forlìA Forlì invece hanno risolto il problema dell’innominabile fascismo alla radice, con una perifrasi: “Novecento. Arte e vita in Italia fra le due guerre”. Fra le due guerre c’era quella cosa lì, ma non si dice. E se viene nominato, è solo se “caduto” o “cadente”.

Manifesti d’epoca, futuristi, busti di Mussolini, immagini di squadristi, hanno fatto definire la mostra come “fascistissima” da Vittorio Sgarbi, con grande vergogna del sindaco di Forlì. E proprio la paura che si convertisse in una mostra della rivoluzione fascista sotto mentite spoglie, deve aver spinto gli organizzatori ad allestire il loculo con qualche disegno satirico di Maccari, scarabocchiato sotto ai bombardamenti.


«Una mostra coraggiosa, che prima non si sarebbe potuta fare», commenta l’assessore alla cultura del capoluogo, lasciando intendere le polemiche che hanno rischiato di strozzare l’evento. Fra l’altro Forlì si era già esposta con il citato Adolfo Wildt, con una mostra che sarà ribadita a Parigi quest’anno.

L’attrazione magnetica di “Novecento” è stata forte, circa mille visitatori al giorno. Un potere evocativo, quello dell’arte fascista, che ha coinvolto e disorientato persone di ogni estrazione. Basti pensare a Romano Prodi, che ha scelto una data paradossale per indossare la camicia nera dell’arte: il 2 giugno, festa della Repubblica.

Infine anche la Fondazione Ragghianti, a Lucca, ha celebrato la belle époque dell’arte italiana, con un’attenzione particolare per la ceramica. I nomi sono importanti, e già visti a Firenze e Forlì: Wildt, Ponti, Depero, Nonni, Martini, Marini, Casorati, Savinio, Mazzotti, Donghi, De Pisis. Opere meno apologetiche rispetto alle altre piazze, ma anche qui si è preferito non rischiare, dando sì un nome evocativo “La forza della modernità”, ma allungando la coperta temporale di qualche anno, per non far coincidere tale modernità con il fascismo. Si parte dal 1920 ma si arriva al 1950, già sotto la calda copertura repubblicana.

Simone Pellico

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