Bombe, sangue e oligarchia: i poteri forti che orchestrarono il terrore

strageadinolfiRoma, 4 feb – Tranquilli è solo un libro giallo, quello che ha scritto Gabriele Adinolfi. A voler essere più tranquillizzanti si potrebbe aggiungere: “ogni fatto o riferimento a personaggi realmente vissuti è puramente casuale”. E tuttavia come ogni buon libro giallo, la trama ha una logica  e a un certo punto acquisisce anche  una unità  d’azione, dal momento che tutte i fili si annodano nel fatale anno 1974. La cosa mi fa un po’ impressione per un motivo molto sentimentale e borghese: in quel 1974 ci nacqui io e mi fa specie che, mentre con beata incoscienza vagivo, tanti nodi venissero al pettine. Tante mine sparse con abilità sotto il terreno della storia a distanza di poche settimane esplodessero, quasi innescandosi l’un l’altra per risonanza.

Sono passati adesso quaranta anni, cifra tonda, cifra che fa riflettere: parecchi particolari sono calati nell’Ade della dimenticanza,  tuttavia alla distanza del tempo è forse più facile capire chi fu “l’utilizzatore finale” di tutte quelle bombe esplose. Si può con ragionevolezza rispondere alla domanda “Cui prodest”? A chi giovò tutto quel casino. E rispondendo a questa domanda, essenziale in ogni indagine, si può forse risalire ai mandanti. Perché gli esecutori, ahimè, di destra o di sinistra, di mezza destra o mezza sinistra ormai in gran parte abitano i cimiteri della storia.

Veniamo dunque ai fatti narrati da Gabriele Adinolfi e che rappresentano la cornice storica del romanzo. Nel 1974 avvenne un vero e proprio “cambio di paradigma”. Mutuiamo l’espressione dagli storici della scienza che osservano come a un certo punto una serie di novità in vari settori si assommino tra di loro provocando una vera rivoluzione nella Weltanschauung: nel modo di vedere il mondo, di sentire la vita e dunque di agire. I cambiamenti avvenuti nel giro di poche settimane furono impressionanti e il bello è che erano tutti coerenti: si indirizzavano in una precisa direzione.

Dunque nel 1974, vengono abbattuti i regimi di Spagna, Portogallo e Grecia; in Francia viene liquidato il Gaullismo nazionale;  in Italia con la sconfitta nel referendum sul divorzio si chiude la stagione politica di Amintore Fanfani che, sia pur tra mille contraddizioni, aveva cercato di affermare nel dopoguerra quelle aspirazioni di rinnovamento dell’Italia e di espansione sociale del benessere che avevano segnato il suo periodo di formazione politica. Ma forse il cambiamento più significativo è quello che avviene al vertice della piramide politica d’Occidente: Nixon viene fatto fuori, con una spy story che vista con lo sguardo disincantato di oggi appare una bazzecola rispetto alla faccenda di spionaggio internazionale che ha visto Obama passare indenne. Volendo creare un fotogramma da film western, potremmo semplificare il tutto dicendo: al vertice della piramide Kissinger fa fuori Nixon. E forse tutti gli altri cambiamenti scendono giù a cascata.

In Italia scoppiano le bombe: la bomba di piazza della Loggia a Brescia, la bomba dell’Italicus … L’Italia dopo parecchi anni di crescita felice e di spensieratezza sociale era tornata ad essere un luogo pericoloso. E non solo perché i giovani, compagni o camerati, erano stati colti a partire dal ‘68  da un ardore di lotta armata; ma anche perché l’Italia come nel 1943-45 è campo di bivacco di eserciti stranieri. Passano i palestinesi, passano i servizi israeliani e il povero Moro, che poi ci lascerà le penne, cerca di stabilire una sorta di “concordato” pretesco con ciascuna delle parti contrapposte. Ma in fondo quando si parla di bombe non si deve dimenticare che la strategia della tensione cominciò in quel fatale 23 marzo 1944, in via Rasella.

Adinolfi segue tutte i fili dell’ordito; descrive una serie di personaggi: la giudicessa di sinistra, i vari compagni armati e le loro compagne che mescolano baldanzosamente comunismo-e-femminismo, i neofascisti con i loro sogni e i loro passi falsi. C’è anche la compagna dalle belle forme e dai modi spicci che alla fine trova in Calabria la sua ri-educazione sentimentale, in una maniera che peraltro piacerebbe anche all’attuale leader dell’ultimo gruppo parlamentare che ormai si definisce “di sinistra”.


Riguardo a tutti questi personaggi (carnefici-e-vittime di un grande gioco) si potrebbe ripetere una formula che Giovannino Guareschi utilizzava per qualificare i suoi bozzetti di vita emiliana: “invenzione del vero”. Mi pare  che Adinolfi non neghi un briciolo di “compassione” (alla maniera del principe Siddharta) o un certo sentimento di pietas ad alcuno dei personaggi che spesero se stessi, avvolti in una fitta nebbia di illusioni e auto-illusioni. Mentre scrivo mi ritornano in mente le parole di Ernest Junger: “Il mondo è tutto una grande illusione. E chi muore da eroe per un’illusione è un eroe”.

Poi ci sono quelli che spesero le vite degli altri e per quelli l’indulgenza risulta difficile; d’altra parte essendo potenti e ben coperti indulgenza neppure ne chiedono. Pensiamo all’aristocratico maestro d’orchestra  nominato da Adinolfi con doppio cognome Bianchi Caraldini. Eleganza alto-borghese, forchette d’argento, ville toscane, magari non lontane dai luoghi in cui agiva il collettivo denominato “mostro di Firenze”, caratterizzano la sua esistenza. Caraldini appartiene a quella borghesia internazionalista che muove le pedine dei piccoli rivoluzionari, evitando solo che gli schizzi di sangue arrivino alla camicia candida sotto il suo smoking. Caraldini sa che la lotta di classe non è una necessità della storia progressiva come si illudeva Marx, ma piuttosto deve essere “stimolata” a colpi di congiure e di provocazioni; più in linea con Trotskij. Caraldini gioca i gruppi proletari contro la borghesia produttiva che odia per la sua cafonaggine, per il suo attaccamento sentimentale a valori in fondo pre-borghesi.

Ma veniamo al momento in cui scoppia la bomba. E interpretiamo pure le stragi del 1974 secondo il cliché ormai consolidato della “strategia della tensione”. Dice il cliché: le bombe furono messe per creare una tensione, una paura e provocare così uno slittamento “anti-democratico”. Ebbene sì, le cose andarono proprio così. Scoppiavano le bombe, si produceva una emozione forte nel paese, paura ma ancor più rabbia. I giornali strillavano: trama nera. Sul palco salivano tutti gli esponenti del ri-composto CLN. E bomba dopo bomba, il “compromesso storico” arrivava a Roma.

TrotskyIl PCI veniva integrato definitivamente nella compagine ampia del sotto-governo, in quella palude manovriera e distributrice di incarichi, più forte di ogni governo sempre a rischio in Italia di ghigliottina parlamentare. Ma in fondo il PCI veniva anche snaturato, cominciava ad essere sottratto all’orbita sovietica, tolto dalle mani di quegli irrazionali dei Russi, così poco chic negli anni Venti quando preferirono il granitico “socialismo in un solo paese” di Stalin alla nevrotica “rivoluzione permanente” di Trotsky. Con quello snaturamento si apriva la strada alla deriva che, archiviato Marx, avrebbe condotto alle puerilità cellofanate di un Valter Veltroni.

Intanto i fascisti venivano braccati: scontavano colpe loro e non loro, errori tattici, ingenuità e generosità, avevano anche il dubbio onore di assurgere al ruolo di “capro espiatorio”, che come si sa è un rito antichissimo e sempre efficiente. Le vicende dei personaggi abbozzati da Adinolfi insegnano che i gruppi rivoluzionari sono troppo piccoli e improvvisati per evitare il rischio di diventare “pedine”; e chi evoca con troppa baldanza la violenza che smuove la storia, alla fine della storia finisce con l’essere violentato.

Adinolfi insegna anche che è una ingenuità pensare a un vertice unitario che governa tutto il “sistema”: il panorama è una rete di alleanze, sempre da confermare o da revocare, un puzzle di incastri. Nell’immediato dopoguerra gli USA fecero saltare gli imperi coloniali dei loro alleati-sottoposti: Francia e Inghilterra. Ne approfittò l’Italia dei Gronchi, dei Mattei, dei Fanfani che ritornò protagonista nel Mediterraneo: nella sua ex colonia, ma anche in Egitto e nel Maghreb dove ancora riviveva il prestigio del il tribuno dei “popoli giovani” in lotta contro l’oro. A cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta l’Italia avrebbe potuto consolidare il proprio status: magari dandosi un esecutivo forte con una costituzione gaullista, creando un alta scuola di formazione per funzionari, manager di stato e diplomatici, avviando un processo di riconciliazione nazionale con un equilibrato revisionismo storico che, con prudenza, valorizzasse i meriti delle generazioni del Ventennio, stigmatizzando i limiti strutturali e gli errori contingenti della dittatura. Invece l’Italia continuò ad annaspare nel parlamentarismo, mentre altrove si stabiliva che agli sconfitti-doppiogiochisti della penisola fosse stato già concesso troppo…

Ma ora stiamo sconfinando nel teorico e nel saggistico, cosa che non si addice alla recensione di un romanzo. E allora ritorniamo ai nostri personaggi e chiediamoci dove è andato a finire, quaranta anni dopo, l’algido e squisito Bianchi Caraldini? Ci consenta l’autore di impadronirci del personaggio, che ormai come sovente accade a un personaggio letterario alla fine di una storia efficacemente narrata, vive di vita propria. Bianchi Caraldini è ancora lì tra un buffet esclusivo e un salto alla mostra di Venezia. Si è convinto ormai che il comunismo è archiviato, disinnescato da quegli idioti reazionari dei Russi, che già negli anni Quaranta avevano ricominciato a parlare di eroismo militare, guerra patriottica e a baciare icone. Ma se il comunismo – peggio ancora il “socialismo” realizzato in una “patria” – è morto, l’internazionalismo vive. E forse la vera “classe rivoluzionaria” è quell’alta borghesia apatride che mescola le lingue, mescola i menù nei ristoranti di classe, mescola addirittura i generi sessuali arrivano alla imposizione di una uniformità che gli egualitaristi utopici del Settecento neppure si sognavano. Ed eccolo lì il nostro Bianchi Caraldini a promuovere l’afflusso a Lampedusa, il melting pot, l’abolizione del barbarico e atavico Jus Sanguinis fino alla creazione di una moltitudine euroasiatica-africana un po’ simile alla composizione dell’Egitto della decadenza. Quando poi sulla penisola denominata italiana per espressione geografica bivaccheranno i salafiti in cerca di martirio e i congolesi col machete, le tribù urbane dei colombiani ed europei in ordine sparso, sai quante belle bombe potranno scoppiare per indirizzar la storia…

Gabriele Adinolfi, Quella strage fascista. Così è se vi pare, Youcanprint, pp. 186 € 18,00

Alfonso Piscitelli

 

 

 

 

Print Friendly
Image Donation-Banner

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.