hebdo-myazakiParigi, 8 mar – “Sei ridicolo”. È questa la risposta di Charlie Hebdo a Hayao Miyazaki, icona vivente dell’animazione, reo di aver criticato le vignette dissacranti apparse sulla rivista francese. Quelle che hanno scatenato la rappresaglia armata da parte di estremisti musulmani nel gennaio scorso.

Ad un mese dalla mattanza di dodici persone nella redazione di Charlie Hebdo Miyazaki, in controtendenza rispetto al movimento “Je suis Charlie” che commuoveva il mondo in televisione e sulle bacheche di Facebook, aveva espresso un punto di vista critico: “Penso sia sbagliato fare caricature su ciò che viene venerato dalle altre culture. Sarebbe una buona idea smettere di farlo”, aveva detto in un’intervista alla radio. “Prima di tutto, la satira dovrebbe essere fatta verso i politici del proprio paese. Sembrerebbe sospetto prendersela con i leader di altre nazioni”. L’idea di satira del maestro giapponese non è piaciuta ai reduci di Hebdo, che in questi giorni hanno risposto con una vignetta che ridicolizza le dichiarazioni di Miyazaki. La replica è messa in bocca a Cabu, uno dei vignettisti morti nell’attentato di gennaio: “…[Io] cabu, che odio i manga e disegno vignette sui politici, penso che tu sia ridicolo!”.

Fine del dispaccio? No, non ancora. Da questa storia possiamo infatti trarre qualcosa di più della semplice cronaca. Innanzitutto si ha nuova evidenza del fatto che Charlie Hebdo non ha rappresentato, né rappresenta, il baluardo della libertà di espressione. Nell’attacco omicida contro la redazione sono morte molte persone, e molti concetti, ma non il diritto a manifestare il proprio pensiero. Quello era defunto già da tempo. La stessa rivista francese aveva chiesto in passato la chiusura di un movimento politico (il Front National), contro cui è tornata a scagliarsi anche dopo i fatti di gennaio, e la vignetta contro Miyazaki riporta il dibattito delle idee all’era della clava.

I sopravvissuti di Charlie non possono essere quindi all’altezza del piedistallo su cui è stata messa la rivista. Usciti dall’anonimato, si trovano a cavalcare l’onda mediatica che poi li lascerà, soli, in mare aperto, dove verrebbero travolti come zattere alla deriva da un transatlantico come Miyazaki, il più grande regista di animazione vivente. Ma invece oggi l’eco dei morti ancora protegge l’attacco dei lillipuziani al gigante giapponese. Non a caso la risposta è messa in bocca a uno degli assassinati, Cabu, facendogli fare tra l’altro una figura puerile.

myazakiQuesto è uno dei punti in cui si può cogliere la differenza ontologica fra quanto espresso rispettivamente da Charlie Hebdo e da Hayao Miyazaki. La dialettica di Charlie è gretta e terrena, è la dialettica della polemica travestita da satira, del lancio dei piatti, del lancio pure dei morti, dei caduti usati come arma. La dialettica di Miyazaki è invece alta e celeste, è la dialettica della poesia inverata in immagini, del richiamo al rispetto del sacro e quindi dei morti, come magistralmente mostrato anche nel suo ultimo lavoro, Kaze Tachinu (Si alza il vento), con le anime dei kamikaze.

Vedremo se ci sarà risposta a Miyazaki anche da parte delle truppe cammellate dei “Je suis Charlie”, generalmente giudici da tribunale speciale che messa la veste talare sopra la toga si sono radunati nelle piazze reali e virtuali per lacrimare giustizia e libertà. Ma ora, finito il pathos collettivo, hanno già ripreso il loro ruolo nella quotidiana castrazione di ogni anelito non conforme, di ogni spirito libero. O, seguendo il maestro Miyazaki, di ogni spirito tout court.

Simone Pellico

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