mazzoni
Cabina apparati e centrale termica di Angiolo Mazzoni. 1934.

Roma, 31 dic – Fine anno è sempre periodo di bilanci e la cosiddetta “fuga di cervelli” in Italia non mostra segnali certo incoraggianti: Istat, con il suo report Migrazioni internazionali e interne della popolazione residente (dati anno 2013), comunica che ben 82 mila connazionali hanno lasciato l’Italia verso paesi esteri, di questi ben 13 mila sono i laureati che sono andati a cercare fortuna oltre confine. Il fenomeno è in crescita del 20,7% rispetto al 2012, ed è previsto un ulteriore aumento percentuale per il 2014 .

Gli italiani che fanno i bagagli scelgono come destinazione soprattutto i Paesi dell’Europa occidentale: Regno Unito (13 mila emigrati), Germania (oltre 11 mila), Svizzera (circa 10 mila), Francia (8 mila), oltre agli Stati Uniti (5 mila). Questi dati, da leggere in prospettiva, sono da inserire tra gli effetti della crisi globale che ha investito il nostro Paese, la recessione, la mancanza di investimenti, la carenza di lavoro. Molti infatti, tra questi 82 mila, sono studenti che vogliono coronare il loro percorso di studi la dove c’è possibilità di fare ricerca, come altrettanti sono i giovani che decidono di andarsene altrove ad aprire un’azienda senza essere strangolati dalle tasse, dalla burocrazia e dall’immobilismo tutto italiano. Moltissimi invece partono semplicemente per lavorare, un verbo che in Italia sta diventando purtroppo quasi una parolaccia.

Tutte cose sapute, tristemente dette e ridette; oggi, come nell’Ottocento, si emigra per mancanza di opportunità. Ma vi è stato anche, nella storia d’Italia, chi è emigrato non per carenza lavorativa – anzi era forse il professionista italiano più apprezzato dell’epoca – ma per sfuggire al furore ideologico che si era abbattuto sulla sua persona e sulla sua carriera professionale.

Stiamo parlando di Angiolo Mazzoni del Grande. Architetto ed ingegnere capo delle Ferrovie dello Stato fin dal 1924, anno nel quale Ferrovie e Poste e Telegrafi vennero unificati sotto la direzione del Ministero delle Comunicazioni. Da quel periodo la sua opera, per i successivi venti anni, disseminata da nord a sud della penisola, sarà improntata allo studio di stazioni ferroviarie, uffici postali, colonie elioterapiche, applicando soluzioni sempre all’avanguardia. Difficile classificare l’opera del Mazzoni, estremamente eclettico nell’espressione progettuale, fece della sperimentazione il minimo comun denominatore del suo linguaggio, aderendo, sì, al Futurismo (colonia marina di Calambrone, 1925 – 1926) dopo l’incontro con Marinetti (1933) e fondando l’anno successivo il Manifesto Futurista dell’Architettura Aerea e la rivista “Futurismo – Sant’Elia”, ma non disdegnando soluzioni propriamente razionaliste (ad esempio l’edificio postale di Pola, 1930) avendo collaborato a lungo con Piacentini nel suo studio, novecentiste (palazzo postale di Varese, 1930 – 1933) o addirittura mostrando sensibilità verso il costruttivismo sovietico nella sua opera forse più apprezzata e rappresentativa, la Centrale termica e cabina apparati della stazione S. M. Novella di Firenze (1927 – 1929), in foto a corredo del nostro scritto.

E’ indubbio che ogni proposizione di Mazzoni, dal livello strutturale a quello dei rivestimenti e degli arredi, risulta corrispondere ad una acutezza progettuale ed estrema cura di realizzazione ed esecuzione, in una profonda consapevolezza delle valenze del manufatto architettonico, dall’impianto complessivo ad ogni più circoscritto particolare. Immaginava un’architettura di plasticità spaziale ed una qualità vivibile e persino, a volte, affabile dei rapporti di spazialità interna.
La sua creatività passava per un’alta professionalità progettuale e realizzativa, una sapienza operativa volumetrica, spaziale, materiologica.Tutti incarichi ministeriali i suoi, governativi, che, proprio per la mancanza di vincoli estetici e concettuali nelle sue opere – egli era infatti all’apice della piramide gerarchica del settore – gli valsero l’odio personale dei suoi colleghi con cui aveva proficuamente collaborato fino alla fine della Seconda guerra mondiale.

Il 12 settembre 1945 egli fu sospeso dall’incarico a seguito di una denuncia sporta alla Commissione d’Epurazione presso la Direzione Generale delle FS da un nutrito gruppo di tecnici suoi collaboratori, capeggiati da Giovanni di Raimondo, il suo principale accusatore, in base all’articolo 1 del Decreto legislativo luogotenenziale n° 702-1945, Epurazione dalle Pubbliche amministrazioni, revisione degli albi delle professioni, arti e dei mestieri, che recita: “Sono dispensati dal servizio i dipendenti delle pubbliche amministrazioni, a qualunque categoria o gruppo appartengano, aventi grado superiore all’8° o parificato della classificazione statale, anche se inamovibili, i quali per l’attività politica svolta come fascisti, o per le manifestazioni di carattere fascista compiute in ufficio o fuori di ufficio o per aver dato prova di faziosità fascista o perché nominati all’impiego per soli titoli fascisti, si trovino in condizione di incompatibilità con la permanenza in servizio. I dipendenti delle pubbliche Amministrazioni di grado inferiore al 7° sono esenti da procedimento di dispensa, a meno che nella loro condotta si riscontrino manifestazioni di grave faziosità fascista o che si trovino nelle condizioni previste dall’articolo successivo.”

Iscritto al PNF dal 1926, non potevano sopportare la sua pubblica, ostinata adesione al Fascismo, mai rinnegata neanche a guerra finita. Gli stessi suoi colleghi che, ricoprendo ruoli dirigenziali al Ministero- esattamente come lui -, iscritti al Partito – esattamente come lui -, si scoprirono antifascisti un attimo dopo che il fronte Alleato passò davanti l’uscio delle loro case. Gli stessi colleghi che accusavano Mazzoni di essere convintamente fascista, e lo furono anche loro, ma solo per opportunismo, portavano contro il nostro Angiolo prove evidentemente ridicole, dato che appena un anno dopo la commissione giudicatrice, organismo nato appositamente per epurare i fascisti dall’amministrazione pubblica e quindi non certo filofascista, fa decadere interamente le accuse addebitategli.

Ma se l’opera calunniatoria fallì in sede giudiziale, proseguì sul piano personale e professionale, in un susseguirsi di infamità miranti al demolire ciò che Mazzoni costruì con un lavoro costante durato venti anni. La sua opera. Il suo progetto più importante, purtroppo mai ultimato, presentato in modello all’Esposizione mondiale di New York del 1939, ovvero la Stazione di Roma Termini, iniziata da molti anni ma mai terminata a causa degli eventi bellici, gli venne revocato per essere affidato ad un gruppo di altri tecnici che, non rispettando il progetto mazzoniano, ne stravolsero definitivamente la sintassi. L’Angiolo Mazzoni artista, le sue costruzioni, i suoi progetti, tutto doveva essere destinato all’oblio e il clima di odio che lo circondava lo portò a guardarsi attorno, fuori dall’Italia. Nel 1947, disgustato per il trattamento ricevuto in patria, accettò l’offerta di don Gustavo Santos, fratello dell’ex presidente colombiano, per una cattedra di Storia dell’Architettura e dell’Urbanistica presso l’Universidad nacional di Bogotà, per la quale entrò di ruolo l’anno seguente.

Questo fu l’inizio di una nuova vita per Angiolo Mazzoni che, affiancando l’attività accademica a nuovi incarichi e progetti, principalmente nel settore a lui congeniale – stazioni e uffici postali – ma non disdegnando qui anche committenze private ed importanti interventi urbanistici, si distinse nella società colombiana, legatovi anche per motivi familiari, dato che il suo figlio minore, Marcello, morì a Bogotà in un incidente stradale all’età di ventuno anni poco dopo il loro arrivo in Colombia. La sua residenza in America latina, ricca di grandi soddisfazioni sotto l’aspetto lavorativo, istituzionale e culturale, durò fino al 1963. In quell’anno fece ritorno in Roma a causa della salute della moglie, ma i suoi rapporti con la Colombia non si interruppero; dall’Italia aveva una fitta corrispondenza con il giornale colombiano El Tiempo dove, da stimato professionista, teneva una rubrica culturale. Al suo ritorno in patria egli si ritirò dalla professione e la sua preoccupazione, fino alla morte, sopraggiunta nel 1979, fu quello di riunire l’enorme corpus delle sue opere, i progetti, gli schizzi e i modelli per poi donare tutto al Comune di Rovereto e oggi conservato presso l’Archivio del ’900 facente parte del Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto.

Mazzoni si adoperò soprattutto per far si che la sua opera non andasse perduta ma fosse nuovamente studiata, compresa, valorizzata, contestualizzata. Avrebbe voluto che il suo paese dopo la sua dipartita potesse uscire dall’oblio, da quella nube di silenzio che l’aveva avvolto per lungo, troppo, tempo. Solo negli ultimi anni, con enorme e colpevole ritardo, si inizia ad indagare l’opera di Mazzoni. A questo proposito, ci viene in mente l’ultimo numero in ordine cronologico del periodico trimestrale di Italia Nostra, interamente dedicato all’architettura d’avanguardia che operò in quello straordinario laboratorio che fu il periodo dell’edificazione delle colonie marine, con numerosi, interessanti e non stereotipati contributi, anche se solo parzialmente e timidamente sviluppati, ma può essere senz’altro un primo, piccolo, passo per rendere giustizia a questo gigante italiano.

Alessandro Pallini

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