pirandelloeinsteinRoma, 13 apr – Era il 20 luglio 1935 quando Luigi Pirandello sbarcò a New York dal “Conte di Savoia”. Lo scopo del viaggio era quello di trovare nuove committenze nel mondo di Hollywood per le sue opere. Numerose le visite presso le major del cinema, la Paramount, la Fox, la Goldwin Mayer, la Universal, per tentare delle rivisitazioni in chiave cinematografica delle sue opere teatrali, ma purtroppo le trattative non andarono per il verso giusto, nonostante il letterato fosse all’apice della sua carriera, essendosi aggiudicato il Nobel appena l’anno prima.

“La nausea di cui m’ha riempito fino alla gola il contatto continuo di tre mesi con questa gente che s’occupa di spettacoli, che vive di spettacoli, offendendo brutalmente l’arte e quanto essa ha di più intimo e segreto” scriveva Pirandello a suo figlio Stefano. La delusione di Pirandello era quindi palpabile e si va concretizzando il dubbio che Hollywood non fa per lui. O forse più verosimilmente la certezza che è lui che non fa per Hollywood. Il suo arrivo negli Stati Uniti, infatti, non venne salutato dallo stesso tripudio di folla che accompagnò la sua visita del 1923, tanto da far scrivere nella sua fitta corrispondenza con Marta “Allo scalo ho trovato… una rappresentanza della Società Italo-Americana, di cui sono ospite… associazioni d’Italiani emigrati… e all’uscita, una folla infinita, di migliaia e migliaia di persone, che mi hanno accolto come un sovrano con grida di evviva e applausi strepitosi. Non mi sarei mai aspettato tanto”.

La motivazione di questa disparità di trattamento tra le due visite è da imputarsi principalmente alle vicende storiche. Nel 1923 Pirandello era da un paio d’anni l’astro nascente della letteratura teatrale, con Sei personaggi in cerca d’autore ed Enrico IV, durante la seconda visita negli Usa invece la sua carriera è più che consolidata, e la sua figura intellettuale è all’apice. Questa volta il nostro Luigi non venne accolto dal tripudio, anzi venne anzi quasi assediato, durante una nota conferenza stampa, chiedendogli la sua opinione sulla politica espansionista italiana di quel periodo.

Era infatti già i primi dell’ottobre del 1935 e da pochi giorni il governo italiano, guidato da Benito Mussolini, aveva avviato l’opera di colonizzazione dell’Etiopia. Che Pirandello fosse intimamente fascista non è certo un mistero, avendo aderito precocemente al movimento. Infatti al primo anniversario della Marcia su Roma, il 28 ottobre 1924, è ricevuto a palazzo Chigi dal Duce e l’anno successivo, il 17 settembre 1924 la sua pubblica adesione al fascismo, quel telegramma inviato a Mussolini con il quale si dichiarava il “più umile e obbediente gregario”, venne pubblicato a mezzo stampa avendo quindi massimo risalto. Se i suoi rapporti con il fascismo-regime furono altalenanti e tormentati, frequenti furono altresì i suoi contatti con il ministro Bottai presso il Min. Cul. Pop.

A quella turbolenta conferenza stampa la risposta di Pirandello, per nulla intimorito dal clima apertamente ostile, fu quindi coerente, in linea con il suo pensiero: “Anche l’ America era un tempo abitata dagli Indios e voi l’ avete occupata. Se era diritto il vostro, lo è anche il nostro”. Dire che le reazioni furono accalorate fu sicuramente un eufemismo, tant’è che non tardò ad arrivargli un solerte invito da parte nientemeno che da Einstein, all’epoca rifugiato negli Stati Uniti dalla Germania nazionalsocialista e docente di fisica all’Institute for Advanced Study di Princeton.

In realtà si erano già più volte incontrati e confrontati in varie città europee che accolsero le tournée del drammaturgo, forse anche a causa dell’accomunamento che l’ambiante intellettuale operava tra le teoresi dei due, tentando di accostare il relativismo pirandelliano all’epistemologia derivata dalla Teoria della relatività di Einstein, senza tener minimamente conto dei diversissimi presupposti che inveceli contrapponevano: il relativismo particolareggiato, psicologico, fondamentalmente idealista ed irrazionale, tutto siciliano di Pirandello, con quello scientista, positivista, elitario e cosmopolita del fisico. A riguardo di ciò Pirandello, in un intervista del 1922 per “Epoca”, espresse parole nette: “Ebbene, quei problemi erano unicamente miei, erano sorti spontanei nel mio spirito, si erano naturalmente imposti al mio pensiero. Solo dopo, quando i miei primi lavori apparvero, mi fu detto che quelli erano i problemi del tempo, che altri, come me, in quello stesso periodo si consumavano su di essi”. Dichiarando di non conoscere Einstein e la sua teoria, finì così per interessarsene e, in uno dei loro successivi incontri, il fisico tedesco fini con l’esclamare “Noi siamo parenti!”.

Nell’ultimo colloquio americano tra i due premi Nobel, ambientato nel campus di Princeton, del quale purtroppo non ci è dato sapere con certezza i temi affrontati, ma sicuramente collegati al quadro politico italiano e alla contestata conferenza stampo nel quale il letterato italiano difese il colonialismo fascista in Africa orientale, oltre l’apparenza bucolica immortalata nelle foto di rito, si saranno forse scambiati le stesse parole di stima? Non lo possiamo sapere, ma ci piace pensare che abbiano terminato la chiacchierata giungendo alla conclusione che, “parenti”, sì, ma fino ad un certo punto.

Alessandro Pallini

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