garibaldiniRoma, 18 giu – Una delle tracce per la prima prova dell’esame di maturità, sostenuta ieri da milioni di studenti italiani, insisteva sulla presunta “continuità” fra ideali risorgimentali ed esperienza partigiana.

Si tratta di un vecchio luogo comune storiografico, nato proprio sotto la Resistenza, probabilmente per la necessità di strappare ai fascisti il monopolio della narrazione nazionale e presentare in una veste patriottica una lotta che nasceva con un netto imprinting internazionalista (comunista o, minoritariamente, cattolico).

Ovviamente stabilire chi è e chi non è erede di una esperienza storica complessa come il Risorgimento non è cosa semplice. Né, probabilmente, esistono risposte definitive alla questione: in fin dei conti ogni genealogia è attivata, riattivata o interrotta alla luce di progetti politici, contese contingenti, velleità egemoniche. Non tutte le genealogie attecchiscono, tuttavia. Alcune generano crisi di rigetto o non riescono mai a superare forti sospetti di implausibilità.

La storia delle radici risorgimentali della Resistenza rientra probabilmente in questa seconda fattispecie. Gli studiosi, negli ultimi anni, ci hanno aiutato a fare chiarezza. Marcello Caroti ha per esempio definito Giuseppe Garibaldi «il primo fascista».

Elena Pala ha invece esaminato i riferimenti garibaldini presenti nella Rsi, concludendo che, a parte il nome della celebre brigata partigiana, la Resistenza fu assai meno incline delle ultime camice nere a richiamarsi all’Eroe dei due mondi.

Simon Levis Sullam ha affrontato la storia della posterità mazziniana, dichiarando che l’appropriazione “ideologica” dei fascisti era comunque più legittimata della appropriazione “simbolica” degli antifascisti.

Uno dei maggiori storici del Risorgimento come Alberto Maria Banti, infine, si è chiesto – partendo esattamente da una prospettiva democratica e antifascista – se non vi sia un nesso effettivo tra camice rosse e camice nere e se l’Italia di domani non debba abbandonare ogni riferimento nazionale e risorgimentalista.

Quanto agli antifascisti storici, loro sembravano in realtà avere le idee chiare su temi come il mazzinianesimo: «Se ci richiedono dei simboli: Cattaneo invece di Gioberti, Marx invece di Mazzini» (Piero Gobetti). «Noi non siamo seguaci del Mazzini, noi non accettiamo il suo sistema» (Carlo Rosselli). «[Mazzini] non riuscì a formulare e dedurre teoricamente il concetto di libertà, e anzi teoricamente lo compromise, e quasi lo negò» (Benedetto Croce). «Mazzini, se fosse vivo, plaudirebbe alle dottrine corporative, né ripudierebbe i discorsi di Mussolini» (Palmiro Togliatti). «[Mazzini offre] affermazioni nebulose… vuote chiacchiere» (Antonio Gramsci).

La storia, a volte, è più semplice di quanto non si pensi.

Adriano Scianca

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